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Nel regno della Vanità (capitolo 7)


Topolina e Falco si trovarono sopra un alto monte su una specie di piccola spianata a picco su un abisso, di cui non si poteva scorgere il fondo. Ma da codesta spianata si staccava un ponte sospeso che si riuniva dall'altra parte con una fortezza certamente abitata, perché sul limitare del ponte erano posti a guardia alcuni soldati. I due fanciulli non pensavano però in quel momento ad attraversare il ponte. Seduti vicini sulla spianata, si raccontavano a vicenda ciò che a loro era accaduto. Falco fu il primo a parlare, e Topolina provò una dolce emozione, sentendo che egli avrebbe preferito di correre qualsiasi pericolo piuttosto che divenire ladro, e come la Fata fosse venuta in suo aiuto quando l'aveva pregata di assisterlo, per togliergli ogni tentazione di rubare. La sua emozione si accrebbe, quando Falco le confessò che, sapendo della sua condanna, era deciso a morire con lei, non volendo sopravviverle.

— Caro fratellino mio, il tuo impulso generoso è quello che ci ha salvati entrambi, — disse. — Ah, se tu volessi rinunziare alla tua idea, noi potremmo ritornare alla nostra foresta, riprendere la nostra vita tranquilla.
— Questo poi mai! — interruppe con una certa energia Falco. — Sarei uno sciocco adesso che sono giunto alla metà del cammino prefisso, se rinunziassi alla conquistai di ciò cui milioni d'uomini aspirano, senza nulla ottenere. Se tu però, Topolina, non ti senti più in grado di seguirmi, sei libera di fare il tuo volere.
— Il mio volere è quello di non abbandonarti, tanto più che, andando innanzi, i pericoli si faranno sempre maggiori e non avremo più la buona Zor a venirci in aiuto con i suoi consigli. —

Le lacrime inondavano gli occhi di Topolina. Falco provò un momento di costernazione.

— Che ne facesti della marmotta? — domandò.
— Ahimè, è morta per salvarmi.
— Come? Quando? Racconta.
— Mentre io ero portata nel cesto sulla testa del falso mercante di dolci, la mia povera Zor mi disse:
— Topolina, tu non mediti di rubare il brillante, non è vero?
— No, davvero; ma come potrò sfuggire alla vendetta del capitano?
— Il mezzo c'è, — rispose — ma sappi che mi costerà la vita.
— Allora non voglio, — esclamai.
— Cara Topolina, — aggiunse — non basta volere, bisogna potere. Né tu hai per ora il potere di cambiare il tuo destino ed il mio. Il compito datomi dalla Fata presso te è finito; anzi, avrei dovuto abbandonarti prima senza una dilazione che ottenni, perché il mio ultimo sacrificio ti giovasse. Sappi che chiunque staccherà il brillante meraviglioso della regina Perla, cadrà con esso e morrà: ma io sarò con te e ti salverò. Però da quell'istante, il mio spirito tornerà presso la buona Fata e la mia carcassa gettala pure dove vuoi, che non servirà più a nulla. 
— Ero angosciata a queste parole e dissi piangendo: — Che cosa farò senza te? Che sarà del mio povero fratello?
— Non mi è dato di rivelarti più oltre del tuo avvenire; se però ti manterrai saggia come lo fosti finora, e se Falco dimostrerà cuore e coraggio, mi rivedrete un giorno al trono della Fata, e sarò io stessa che vi presenterò a lei.
— Se io non staccassi il brillante, tu vivresti? — chiesi ancora.
— No, dovrei lo stesso separarmi da te, né tu potresti salvarti. Onde lasciami agire secondo il nostro destino.

Intanto eravamo giunti al palazzo della Sovrana e Zor mi ripetè che staccassi il brillante e, quando fossi caduta, confessassi schiettamente alla regina Perla che io ero stata posta nel cesto per rubare.

— Puoi credere, mio caro Falco, come tremassi, allorché il capitano ottenne il permesso di entrare nel salone. Baciai più volte Zor, singhiozzando, ripetendole: — Non mi lasciare, non mi lasciare. —

Ma essa mi rispose in tono grave:
— Tu devi obbedire, come io lo devo; non si vince senza lacrime, senza lotta. Via, stacca il brillante, è tempo: non dimenticarmi, addio. — Sentii che mi metteva le zampe al collo, si stringeva fortemente al mio petto. Mi sollevai sul cesto, alzai le braccia e giunsi colle mani ad afferrare il grosso brillante. Fu la cosa di un attimo! La meravigliosa pietra che le mie mani non giungevano a sostenere, staccandosi dal gancio a cui era appesa, mi trasse con lei. Un colpo terribile, formidabile, data l'altezza del salone: ed al mio grido, tutti credettero che fossi sfracellata sul pavimento! Invece, non riportai la minima ferita, perché Zor mi fece scudo al petto col suo corpo, rimanendo essa schiacciata.
— Povera Zor! — interruppe Falco colle lacrime agli occhi.

Un doloroso sospiro sfuggì a Topolina.

— Oh, io la piansi tanto! Ma non mancai di obbedirla e confessai alla Sovrana ciò che mi ero recata a fare al suo palazzo. Il capitano, furente nel vedersi scoperto, sentendosi condannato ad aver tagliata la testa, disse allora che ero una protetta della fata Gusmara.
— Lo so, — soggiunse Falco — e per questo fosti condannata al rogo; ma la buona Fata ebbe pietà di noi: ella ci ha salvati ancora.
— Sarà lo spirito di Zor che giunto a lei l'avrà pregata a non abbandonarci perché ti eri mostrato degno della sua protezione: infatti, mentre venivo condotta al rogo, sentii una voce che mi parve quella della cara marmotta sussurrarmi:
— È Falco che ha ottenuto la salvezza di entrambi! Addio.

Il fanciullo ebbe un sorriso di orgoglio. Poi, guardandosi attorno, disse rifacendosi umile:

— Adesso dobbiamo procurare di toglierci d'impaccio da noi. Direi di traversare il ponte, di chiedere asilo nella fortezza, e d'informarci dove si trova il regno della Vanità.
— Benissimo. Ma che diranno vedendo te vestito come un principe, con tutti quei preziosi gioielli addosso, e me in meschine vesti?
— Inventerò qualche storiella ed allorché saremo nel regno della Vanità, venderò una di queste gemme per farti un abito ricco come il mio. —

Topolina sorrise.

— Se viaggeremo a piedi, troveremo dei ladri che ci spoglieranno.
— Prima che ci riescano, li avrò uccisi: ho con me una spada fatata, datami dalla principessa Smeralda, che servirà a difenderci da qualsiasi assalto.
— Allora andiamo. —

Il ponte sospeso era così stretto, che dovettero passare uno dietro l'altro, tenendosi forte, perché tremava ad ogni passo, tanto che pareva loro di dover precipitare nell'abisso. E il tremolio cresceva mano a mano che avanzavano; per questo, dovettero accelerare i passi. Certo quel ponte non era opera umana, ma costruito da qualche genio. Appena giunti dall'altra parte, alcuni soldati puntarono loro contro il fucile, chiedendo:

— Chi va là!
— Sono il principe Smeraldo, — rispose Falco — che mi reco al regno della Vanità per mostrare i prodotti del mio paese.
— Di dove vieni?
— Dal regno della Ricchezza.
— E chi è la bimba che ti accompagna?
— Un'orfanella che mi fu affidata per condurla dai suoi parenti.
— Come avete potuto salire fin qui?
— Con le nostre gambe, che ci han portato fino su quel monte.
— Come avete potuto difendervi dai predoni che stanno in agguato dall'altra parte, in fondo alla valle?
— Li ho uccisi tutti con la mia spada.
— Va' là, fanfarone: tu vuoi darcene ad intendere delle belle!
— Se non ci credete, provatemi: mettetemi di fronte ad un esercito e vedrete che saprò sterminarlo in pochi istanti. —

I soldati ridevano; e dopo aver scambiato fra loro qualche parola, in una lingua bizzarra che Falco non aveva mai udita, uno di essi esclamò:

— Vieni dal comandante e vedremo se saprai mantenere dinanzi a lui le tue fanfaluche.
— Andiamo pure, purché mi si conceda di condurre la mia piccola protetta.
— Sia pure. Venite. —

Li fecero passare per un androne scavato nella roccia, un androne lungo ed oscuro in cui si agitavano delle ombre, che dovevano essere sentinelle, perché facevano risonare sul suolo il passo cadenzato, ed al loro passaggio ripetevano:

— Chi va là?
— Amici, amici! — rispondevano i due soldati che accompagnavano Falco e Topolina. — Dov'è il comandante?
— Nell'osservatorio.
— Va bene. —

Attraversarono un cortile circolare nel cui muro altissimo erano delle feritoie, poi salirono alcuni gradini di una scala, pure scavata nella roccia, e ad una sentinella che era dinanzi ad una porta, i soldati dissero:

— Vogliamo parlare al comandante.
— Entrate. —

I soldati si rivolsero a Falco ed a Topolina.

— Voi fermatevi un momento, intanto che gli chiediamo se vuol ricevervi, — dissero.

Un momento dopo i fanciulli vennero introdotti in una stanza a volta che a stento poteva accogliere tre persone, ad un tempo, e dove non erano altri mobili che un tavolino coperto di carte ed una seggiola: le pareti sparivano sotto delle carte topografiche, ed in un angolo si vedevano due telescopi. Seduto alla tavola era un uomo di aspetto marziale, terribile, avvolto in un gran gabbano grigio, con bottoni lucenti e che mostrava le gambe calzate da enormi stivaloni alla scudiera. Costui esaminò con un sorriso di scherno Falco e Topolina, e dopo alcuni minuti di silenzio:

— Principe Smeraldo, — disse — vuoi ripetere a me le fanfaronate dette alle sentinelle, o piuttosto ai miei parlamentari?
— Non ho detto che la verità, — rispose Falco.

Il tono risoluto ed asciutto della risposta sembrò colpire il comandante, il quale si aspettava di vedere tremare il giovinetto alla sua presenza e smentire quanto aveva detto. Fu quello il modo più efficace con cui Falco potesse ispirargli fiducia.

— Dunque tu pretendi di potere col solo aiuto della tua spada sterminare un intero esercito? — chiese aggrottando le sue folte ed ispide sopracciglia.
— Non è una pretesa la mia; ho la sincera coscienza di poterlo fare. —

Il comandante spalancò le rotonde pupille.

— Sarebbe forse nella tua intenzione di prenderti gioco di me? — esclamò.
— Allontanate ogni sospetto. Ho un'idea troppo alta dei vostri meriti per permettermi uno scherzo inopportuno. Vi dico semplicemente: provatemi.
— E sia. Ti metterò subito alla prova. —

Topolina che se ne stava silenziosa in un angolo tremò sentendo questo, perché essa non era persuasa di quanto le aveva detto Falco sulle virtù magiche di quella spada da lui non ancora adoperata. E se la principessa Smeralda l'avesse ingannato? Il comandante si chinò per alcuni secondi su di un manoscritto, che aveva spiegato dinanzi, poi rialzò la testa.

— La regina Vezzosa, la sovrana del regno della Vanità, — disse — mi scrive che si è formato un partito avverso alla sua dinastia e sotto il comando del principe Ficcanaso con l'intento di rovesciarla dal trono. Che già sono avvenute delle scaramucce fra i due partiti, con vantaggio del nemico, perché il nostro ha un capo debole, irresoluto, incapace di dirigere. Onde la sovrana Vezzosa mi chiede d'indicarle un capo nel quale ella possa fidare. Le invierò te.

— Accetto, — esclamò con entusiasmo Falco — e vi assicuro che vi farò onore. —

Il comandante sorrise guardandolo con ammirazione.

— Sì, voglio provare, — disse ad alta voce. — Il tuo nome ed il tuo aspetto ti rendono degno di prendere il comando del partito della regina Vezzosa; e se la tua spada compirà un prodigio, farai fortuna. Sarai accompagnato oggi stesso al regno della Vanità che è poco lontano, e siccome la tua protetta ti può essere d'impaccio, la lascerai qui. —

Topolina rimase silenziosa, ma il suo bel visino espresse una viva costernazione, perché ebbe timore di essere abbandonata da Falco, in cui l'orgoglio, l'ambizione prendevano già la supremazia sull'affetto che nutriva per lei. Ma Topolina s'ingannava.

— No, — rispose Falco — essa mi seguirà: la povera fanciulla è stata finora il mio talismano e lo sarà sempre.

Gli occhi di Topolina raggiarono di gioia.

— Oh, grazie Falco, grazie! Io non sarei rimasta senza te, — mormorò.

Il comandante non si oppose: scrisse alcune righe su di una pergamena, che rotolò, sigillò e consegnò a Falco.

— Questo sarà il tuo passaporto e la tua commendatizia presso la Regina, — disse.

Dette quindi ordine che fossero preparate due cavalcature, colla scorta di una dozzina di soldati, e prendendo congedo dal giovinetto:

— Principe Smeraldo, — disse — se tu mi ingannassi, se tradissi la mia fiducia, saresti punito come meriti. 

Falco sorrise superbamente.

— Non ho timori, — rispose — e presto sentirete parlare delle mie vittorie.
— Lo spero. —

Durante il viaggio, siccome Topolina e Falco si trovavano vicini a cavallo, e la scorta che veniva dietro non poteva sentirli, si misero a discorrere.

— Temo, — disse dolcemente Topolina — che tu ti sia mostrato assai temerario, affermando la virtù di una spada che ancora non adoperasti.
— Quand'anche non fosse fatata, — esclamò Falco — saprò maneggiarla destramente lo stesso, mettendomi al comando del partito della Regina, e saranno contenti di me.
— Sia pure; ma bada che il tuo nuovo posto non ti faccia cedere alle lusinghe della vanità e perdere ad un tratto il frutto delle nostre fatiche e sofferenze passate, e la speranza di raggiungere il tuo scopo.
— Lascia fare a me; vedi che, anche senza i tuoi consigli, so agire da uomo. Spero d'ora innanzi di divenire, io solo, il tuo appoggio, e di sapermi trarre d'impaccio dovunque. Vorrei che in questo momento potesse vedermi la superba Tea che mi dimostrò tanto disprezzo. —

Topolina sospirò.

— Pensi ancora a lei?
— Come potrei dimenticare la sua bellezza, e la sua offesa? Di quante fanciulle sovrane ho incontrate finora, nessuna mi ha fatto battere il cuore come lei: nessuna mi ha ispirato altrettanto sentimento di ammirazione, di amore, da rendermi capace di qualsiasi ardimento, di qualsiasi follia! Ah, vedermela un giorno ai piedi chiedere pietà, provare l'ebbrezza di sentirmi amato da lei!... Ecco il sogno che infonde in me tanto ardire, tanto coraggio! —

Topolina non avrebbe potuto rispondere, tanto aveva il cuore gonfio e gli occhi pieni di lacrime. Falco se ne accorse.

— Tu piangi? — chiese stupito. — Perché?
— Per nulla, — mormorò la fanciulla, temendo di scoprire il segreto dell'anima sua.
— Allora sei una scioccherella. —

Topolina non replicò.

La strada dirupata, angusta che percorrevano, descriveva molte sinuosità fra le rocce e bisognava lasciare andare al passo i cavalli, che inciampavano ad ogni istante minacciando di cadere. Ma allorché la discesa fu compiuta, e giunsero al piano, un meraviglioso panorama si svolse agli occhi dei due fanciulli. Lontana forse un chilometro si scorgeva la capitale del regno della Vanità. Il sole accendeva di riverberi dorati le cupole delle strane pagode, le torricelle delle bizzarre case frastagliate come merletti, che dimostravano la leggerezza dei costumi di quegli abitanti. Uno dei soldati disse a Falco:

— Vedete quel palazzo sopra un promontorio che sembra dominare la città ed è il più originale e pittoresco di tutti con quelle cupole dorate, così recinto da giardini incantevoli? Quella è la residenza della regina Vezzosa.
— È meraviglioso, — rispose Falco.

Attraversando la città, il giovinetto bellissimo, coperto di pietre preziose, era segno a tutti gli sguardi. Le donne in cui s'incontrava gli sorridevano, gli inviavano baci, facendolo arrossire. Nessuno poneva mente a Topolina, così meschinamente vestita, e se qualcuno l'osservava, era per beffarla e schernirla. Ma la fanciulla, piena di tristezza, col cuore stretto da lugubri presentimenti, non se ne curava. Giunti al palazzo, appena le sentinelle ebbero veduto il suggello della pergamena che portava Falco e la scorta che l'accompagnava, lo fecero passare. E venne tosto condotto con Topolina alla presenza della Sovrana. La regina Vezzosa si trovava nella sala del trono che una cupola di cristallo smerigliato, con riflessi d'opale, rischiarava di una luce blanda, voluttuosa. Giro giro alla sala erano grandissimi specchi. La regina Vezzosa, meritava il suo nome. Graziosissima, vestiva di una tunica di mussola d'argento che mal nascondeva le forme perfette della sua persona. Una splendida capigliatura bionda le ondeggiava sulle spalle e portava sulla fronte un diadema di brillanti che luccicavano, però, meno dei suoi occhi. Aveva i piedini calzati da sandali tempestati di gemme e portava ricchi braccialetti ai malleoli ed ai polsi. Falco le si prosternò dinanzi, porgendole la pergamena. Topolina se ne stette umilmente in disparte. La regina Vezzosa ruppe il suggello del rotolo che svolse e intanto che leggeva, i suoi occhi scintillavano sempre più, la sua rosea bocca si schiudeva al sorriso mostrando una fila di perle. Quando ebbe finito, guardò Falco che si teneva sempre inginocchiato dinanzi a lei, gli stese una mano.

— Alzati, principe Smeraldo, — disse. — È certo un genio protettore che ti invia a me. È vero che tu sei capace di prendere il comando del mio partito e di vincere?
— Almeno lo spero.
— Il comandante Becco d'Avvoltoio, in cui ho piena fiducia, mi avverte che tu sei possessore di una spada colla quale sterminerai i miei nemici.
— È vero, — rispose Falco — e la pongo interamente al vostro servizio, ad un patto.
— Sentiamo.
— Mentre io combatterò, voi avrete cura di questa fanciulla che mi è sacra come una sorella. —

Così dicendo additò Topolina. La regina Vezzosa fece una smorfia, notando il vestito dimesso e la figura infantile della protetta di Falco, che essa credeva un vero principe.

Tuttavia rispose:

— Accordato. Essa resterà presso di me come ostaggio, per il caso che tu m'ingannassi. Frattanto la farò vestire di abiti più convenienti, purché tu mi dia in cambio uno degli zaffiri che adornano il tuo giustacuore.

— Eccolo, — fece subito Falco.

La Regina scese dal suo trono per prenderlo ed appuntatoselo al petto, andò a rimirarsi allo specchio, sorridendo alla propria immagine, non pensando, la vanitosa, che alla sua bellezza, immersa in estatica contemplazione. Ma in quel momento si sentì nella stanza vicina un rumore di passi precipitati, una portiera si alzò ed apparvero diversi familiari ed ufficiali col viso pallido.

— Che c'è? Che succede dunque? — chiese la Regina, accomodando un riccio ribelle della sua capigliatura.
— Succede, — rispose uno di essi — che i nostri nemici hanno forzato i presidi, messo in fuga le nostre truppe comandate dal principe Beccafico, il quale per il primo si è messo in salvo.
— Vigliacco! — gridò la Regina con impeto. — Ma per fortuna è qui un altro che non retrocederà dinanzi al pericolo. Principe Smeraldo, assumi tu il comando delle mie truppe; dai gli ordini agli ufficiali, ai soldati; raccogli gli sbandati, combatti, discaccia gli invasori e, se è possibile, sterminali tutti quanti. Guarda che non c'è tempo da perdere: va'.

— Vado, — esclamò arditamente Falco. — Regina, ricordate la vostra promessa. —

Egli era appena uscito con gli ufficiali e familiari, che la Sovrana tornò a rimirarsi nello specchio.

— Come ti sembra che io sia? — chiese a Topolina, che l'osservava riflessa nel cristallo.
— Siete bellissima, — rispose la fanciulla.

La Regina sorrise soddisfatta.

— Non è vero? — proseguì. — Hai tu mai veduto capelli di un simile biondo, una bocca così leggiadra, occhi più brillanti e denti più bianchi dei miei? —

Topolina rimaneva muta e seria. Come era possibile che, mentre tanti giovani arrischiavano la vita per quella Regina, per conservarle il trono, ella si mostrasse così leggera e vana?

Vezzosa continuò:

— Scommetto che tu vorresti assomigliarmi, che tu invidi i miei abiti, la mia bellezza, la potenza.
— No: v'ingannate, Regina, — rispose con semplicità la fanciulla. — Sono contenta del mio umile stato; ringrazio Dio che mi ha data la salute, e basta. Non mi attirano i bei vestiti, né i più ricchi gioielli.
— Tu sei allora una scioccherella, — esclamò Vezzosa — perché non vi è ragazza di spirito che non si compiaccia di essere ammirata, che non cerchi di adornarsi per supplire a ciò che la natura non le ha concesso, che non ami il lusso, che accresce la grazia e rende più attraenti. E quando avrò dato ordine di cambiare i tuoi meschini abiti, in un capriccioso costume come il mio, avrò fatti profumare i tuoi capelli, resi più lucenti i tuoi occhi non potrai fare a meno di sorridere alla tua immagine riflessa dallo specchio e lascerai la tua ridicola austerità. —

Topolina non replicò, pensando che quella creatura che dominava il regno della Vanità, non l'avrebbe compresa. E mentre alcune ancelle, per ordine della Regina travestivano la sua delicata persona, Topolina correva col pensiero a Falco e pregava mentalmente per la sua salvezza. Il giovinetto aveva già riunito le truppe in parte disperse, assumendone il comando. La sua bellezza, la sua audacia, la sua eleganza, gli conquistarono tosto gli animi, e mentre muoveva incontro al nemico, le signore dalle finestre gli gettavano fiori e baci e facevano di tutto per essere osservate da lui. Falco trionfava.

— Avvenga che può, — diceva a se stesso — avrò almeno già provato la mia parte di soddisfazione. —

Intanto, quando meno se l'aspettava, il nemico, sgomento dall'apparire del nuovo condottiere, aveva riunito tutte le sue forze per affrontarlo. La mischia fu terribile, formidabile; ma Falco, munito della sua spada, menò una strage spietata nelle file degli avversari della regina Vezzosa, tanto che i poveretti, credendosi alle prese con un numeroso esercito, non opposero difesa allo sterminio, e coloro che furono in tempo, fuggirono gettando le armi, non curandosi dei commilitoni morti o feriti. Presto si sparse per ogni dove la voce della vittoria riportata da Falco di cui si esagerò il valore e la forza, nonché la virtù della sua spada fatata. Quando egli, sfolgoreggiante di bellezza e di gloria fece ritorno al palazzo reale a capo del suo esercito trionfante, la popolazione parve come trasportata dal delirio: tutti volevano vederlo, ammirarlo, ottenere un suo sguardo, un suo sorriso; e lo facevano segno a mille ovazioni frenetiche. Un solo giovane che assisteva di nascosto a quel trionfo, si rodeva l'anima dall'invidia e dall'odio, e si sentiva invaso dallo spirito della vendetta. Era il principe Beccafico, colui che, dopo aver subito gravissime perdite, si era salvato con la fuga. Il principe Beccafico, giovane assai vanitoso il quale aveva sperato con una vittoria la conquista della regina Vezzosa, vedendosi ripudiato per uno straniero, era fuori di sé dalla rabbia, dal dolore, imprecava contro la folla che s'inchinava al vincitore e nell'impeto della collera, esclamò:

— Darei tutto quanto possiedo, venderei la mia anima per vendicarmi di lui.
— Io sono pronto a venirti in aiuto, senza nulla esigere da te, — disse una voce alle sue spalle.

Il principe Beccafico si volse con impeto e si trovò davanti un grosso gatto nero che lo guardava con gli occhi verdastri, lucenti, cerchiati di rosso.

— Sei tu colui che mi ha parlato? — chiese.
— Sono io.
— Posso fidarmi di te?
— Lo puoi.
— Quale ragione ti spinge ad aiutarmi?
— Il mio odio per il falso principe Smeraldo, il protetto della fata Gusmara, la mia mortale nemica, la quale, da un bel giovane com'ero un giorno mi trasmutò nella forma in cui mi vedi per punirmi di aver preso parte ad una congiura contro lei.
— Come puoi tu aiutarmi nella mia vendetta?
— Rivelando alla regina Vezzosa chi sia il falso principe Smeraldo.
— Tu lo sai?
— Sì, e non ti dirò cosa alcuna che non sia vera. Quel giovanetto è un certo Falco, figlio di un povero taglialegna, che viaggia con sua sorella Topolina col proposito di recarsi alla conquista dei sette capelli d'oro della fata Gusmara.
— Misericordia! Ma come mai è vestito di così ricchi abiti e si fa passare per il principe Smeraldo?
— Perché viene dal regno della Ricchezza ove la principessa Smeralda gli aveva data la figlia in sposa e donata la spada, che l'ha reso oggi potente nel nostro regno. Falco e Topolina hanno già saputo sfuggire a tutte le insidie dei regni del Capriccio, della Baldoria, della Ricchezza; ma bisogna cercare in ogni modo che non escano vivi di qui.
— Come fare?
— Te lo spiego. —

Ed il grosso gatto balzò sulle spalle del principe Beccafico e gli parlò a lungo, nell'orecchio, Il Principe pareva assai soddisfatto di quelle istruzioni: il suo volto era tornato sereno, raggiava di contento. Al palazzo reale, intanto, si facevano le più festose accoglienze al vincitore. La regina Vezzosa aveva riunito tutto il consiglio e andò incontro a Falco colle braccia tese, lo baciò più volte, indi lo fece sedere vicino a lei sul trono e volle che Topolina sedesse dall'altra perché anche a lei si tributasse tutti gli omaggi della Corte. La fanciulla, vestita al pari della Regina si attirava tutti gli sguardi, né temeva il confronto con la stessa Sovrana, tali erano la dolcezza ed il candore che trasparivano dal suo visino che la gioia del trionfo di Falco irradiava di una vivissima luce. Falco ricevette gli omaggi non solo della Corte, ma di tutti i più potenti: la Regina dette ordine che le feste più solenni si facessero in onore del principe Smeraldo e vennero spediti corrieri per tutto il regno, perché dappertutto si onorasse il vincitore. Terminate al palazzo reale le cerimonie, mentre si preparava per la festa della sera, Falco fu condotto con Topolina nel sontuoso appartamento a loro destinato, e vennero lasciati soli. In quel mentre, la regina Vezzosa che si era anch'essa ritirata nel proprio appartamento per prendere un bagno cambiarsi d'abito, venne avvertita che un mercante di perle orientali chiedeva di parlarle in particolare.

— Introducetelo subito, — esclamò la vanitosa con vivacità — e che nessuno venga a turbare il colloquio. 

Il mercante entrò: vestiva una lunga zimarra, che gli scendeva sino ai piedi, coperti da sandali di panno chermisino e di calze di ugual colore; il volto era contornato da una barba nera, spessa, ricciuta, e grossi mustacchi gli adombravano il labbro superiore; sul capo portava una specie di cicìa pure di panno chermisino, ricamata d'oro. Fra le mani teneva una cassetta accuratamente chiusa.

— Venite, venite, — disse con gioia la Regina — e mostratemi tosto le vostre perle. —

Il mercante si assicurò che la porta era chiusa e nessuno poteva ascoltarlo; di poi, avvicinatosi rapidamente alla Sovrana, le disse:

— Io vi mostrerò le perle, regina Vezzosa, e ve ne farò dono se vi piaceranno, come spero; ma in cambio mi permetterete d'intrattenermi con voi per avvertirvi di un grave pericolo che minaccia voi stessa e la nazione, se non vi porrete immediato riparo.
— Prima mostratemi le perle; poi, mi riferirete ciò che desiderate. —

Il mercante sorrise e con una chiave d'oro aprì la cassetta. Vezzosa gettò un grido d'ammirazione. Era una collana a più fili di perle di una grossezza straordinaria, chiusa da un brillante del quale non si poteva sostenere lo splendore.

— Splendida, meravigliosa! — esclamò la Regina, battendo le mani come una bimba e con un lampo di cupidigia nello sguardo. — Ed è mia, proprio tutta mia?
— Sì, Regina, se vi degnerete ascoltarmi. —

Ella sedette sopra un seggiolone dorato di rimpetto ad un grande specchio, nel quale poteva vagheggiare la propria bellezza; e additando un altro seggiolone al mercante gli disse:

— Sedete e parlate. —

Allora il mercante le rivelò come il principe Smeraldo fosse un impostore, il quale mentre fingeva di voler salvare il regno, ne meditava la rovina, perché egli non era ivi di passaggio che col solo scopo di recarsi, con la sorella, alla conquista dei sette capelli d'oro della fata Gusmara.

— Puoi tu darmi le prove di quanto asserisci? — chiese Vezzosa, guardandosi sempre nello specchio.
— Lo posso.
— Ebbene, se mi raccontasti il vero, saprò punire i due impostori come si conviene, e dare a te il meritato guiderdone.
— Quando sarete convinta della verità, io non vi chiederò nulla per me, ma vi pregherò che la spada tolta a quell'impostore, venga consegnata al principe Beccafico che saprà valersene come l'altro, ed è a voi devotissimo. Dovete a lui la scoperta dell'intrigo che si trama a vostro danno e il dono delle perle. —

Una fiamma brillò negli sguardi della regina Vezzosa, le cui rosse labbra si schiusero ad un sorriso.

— Veramente, — esclamò — il principe Beccafico avrebbe bisogno della spada fatata che gli permetta di riparare la sua codardia, ed io cercherò di fargliela avere per riconciliargli il favore del popolo. In quanto a me egli mi è sempre caro; e lo dimostro accettando il suo dono. —

Il mercante rimase ancora a discorrere colla Sovrana, che verso sera apparve alla festa data in onore di Falco, cingendo al nudo collo la meravigliosa collana di perle. Il vincitore sedette di nuovo al suo fianco con Topolina che era alquanto mesta, perché capiva che Falco ormai, lasciatosi traviare dalla vanità, avrebbe finito col perdere il frutto acquistato fino allora dal suo avventuroso viaggio. La Regina s'intratteneva amabilmente con il giovinetto, mentre un'orchestra invisibile eseguiva una musica deliziosa e nel salone s'intrecciavano vaghissime danze, allorché un domestico, vestito di porpora e di drappo d'argento, venne ad offrire a Falco ed a Topolina, sopra un vassoio d'oro, una coppa di sciampagna. La Sovrana, alzando il suo calice, disse:

— Prima che i nostri bicchieri si tocchino; prima di fare un brindisi al tuo trionfo, principe Smeraldo, sapresti dirmi se la tua spada fatata potrebbe avere la potenza di colpire protetti della fata Gusmara? —

Topolina sentì gelarsi il sangue nelle vene: Falco rimase imbarazzato.

— Io non so, Regina, — rispose — perché non conosco la fata Gusmara né i suoi protetti.
— Neppure io li conosco; ma so che si aggirano nel mio regno e voglio impedir loro d'uscirne. Sono due poveri ragazzi, fratello e sorella, che già han fatto dei brutti tiri ai nostri regni amici e ne sono sfuggiti; ma non sfuggiranno ai nostri occhi vigili. T'invito a bere al loro sterminio. Viva il nostro bel regno e morte ai nemici di esso! —
Così dicendo cozzò il suo calice con quello di Falco e Topolina, che pallidi e tremanti, sperando ancora di non essere riconosciuti, fecero eco al brindisi. Venne ripetuto da tutti gli invitati, e bevvero di un fiato lo sciampagna, come videro fare alla Sovrana. Ma appena l'ebbero ingoiato, sembrò ai due ragazzi che un brivido mortale scorresse nelle loro vene: i lumi della sala impallidirono ai loro occhi; furono assaliti da una specie di torpore, di vertigine, ed entrambi piegarono inerti sulla poltrona. Allora la Regina si alzò e con voce sonora:

— Eccoli, — disse additandoli ai convitati sorpresi — i due impostori che volevano attraversare il nostro regno per recarsi alla conquista dei sette capelli d'oro della fata Gusmara. —

Un mormorio di meraviglia e di sdegno sorvolò la folla. La Regina proseguì, additando Falco:

— Costui prese il nome di principe Smeraldo e si mise al mio servizio per meglio ingannarci; ma un nostro alleato, che nonostante abbia avuto un momento di debolezza ci è fedele, vegliava su noi. Scoprì la trama, ed ora i due protetti della Fata sono in nostro potere, né ci sfuggiranno. Ho dato loro da bere un narcotico che li rende inerti, ed ho stabilito che siano rinchiusi nel più profondo sotterraneo del palazzo. La spada fatata di Falco verrà consegnata a colui che scoperse i due impostori e se ne servirà a nostra difesa. Principe Beccafico, fatevi innanzi. —

Allora un uomo fino allora ravvolto in un mantello dal cappuccio calato sugli occhi, lasciò cadere questi indumenti suoi piedi e vestito di un abito tessuto d'oro e costellato di gemme, si avanzò verso la regina Vezzosa e giuntole al cospetto piegò un ginocchio. Un formidabile urrà l'accolse. Coloro stessi che al mattino imprecavano a lui, erano i più fanatici a gridare: «Viva il principe Beccafico!» La Regina lasciò calmare quell'entusiasmo, poi tolta la spada dal fianco di Falco, la porse al Principe, dicendogli:

— Possa quest'arma farvi riconquistare la gloria che vi era sfuggita, l'amore del popolo, la riconoscenza della nazione. —

Il Principe ne baciò l'impugnatura gemmata, rispondendo:

— Questa spada io non l'adopererò che per la difesa della patria e della mia Regina. —

Nuove acclamazioni accolsero quelle parole; indi la Regina, rivoltasi a due gigantesche guardie, diede ordine che Falco e Topolina venissero trasportati nel sotterraneo il quale per loro non si aprirebbe mai più. Le guardie eseguirono tosto l'ordine; ed appena furono scomparse, seguitò la festa, non più in onore del povero Falco, ma del principe Beccafico. La notte volgeva al suo termine: un lieve chiarore annunziava il sorgere dell'alba, quando Falco e Topolina si destarono nel sotterraneo dove erano rinchiusi. Quel sotterraneo, affatto privo di qualsiasi mobile, non aveva che un'uscita: quella di una solida porta di bronzo. Da due spiragli, che si aprivano sulla volta pioveva una debolissima luce. Falco, con sempre indosso il suo abito da principe, fu il primo a sollevarsi a sedere sulla nuda pietra.

— Dove sono? — disse a se stesso, col viso afflitto da un'immensa angoscia. — Dove m'hanno rinchiuso? Chi mi ha trasportato qui senza che me ne accorgessi? E Topolina dov'è?
— Eccomi, — rispose la dolce voce della fanciulla, accostandosi a Falco, sedendo presso lui. — Io credevo che la Regina ci avesse avvelenati; invece, eccoci qui ancora uniti, sani e salvi.
— Come puoi dir questo? — interruppe Falco. — Hai forse trovato il mezzo di uscire di qui? Ma quando ciò avvenisse, ora che sanno chi siamo, la popolazione stessa sarà contro di noi. Mi hanno tolto perfino la spada!
— Se tu mi avessi dato retta, quando ci lasciarono soli nell'appartamento, avremmo potuto approfittarne per uscire dal palazzo, lasciare il regno, che nessuno certo ci avrebbe impedito il passo e quando l'avessero fatto, la tua spada avrebbe appianato ogni ostacolo. Ma non volesti lasciare la festa che credevi tutta di trionfo per te, ed eccoci rinchiusi qui dentro, con la prospettiva di morire di fame.
— Perché non verrebbe anche questa volta la Fata in nostro aiuto? — disse Falco.
— Che facesti per meritarlo? Troppo facile allora ti sarebbe la conquista del tesoro. Hai tu mai pensato a lei in mezzo alla vittoria? Le chiedesti forse di preservarti dalle lusinghe della vanità?
— Se non l'ho fatto prima, posso farlo adesso.
— Temo che sia troppo tardi. —

Egli le prese ambe le mani, attirandola a sé.

— Sorellina, sorellina cara, in nome dell'amore che mi porti, aiutami tu. —

Topolina non voleva mostrare quanto fosse commossa.

— Ne avrei il mezzo, — disse — ma bisognerebbe che potessi parlare alla Regina.
— Come fare? Sai bene che è impossibile. —

Mentre così diceva, uno dei battenti della porta di bronzo si aprì ed entrò un'ancella della Sovrana, portando un paniere coperto. Ella si avvicinò ai due prigionieri dicendo:

— Principe Smeraldo, io ho compassione di voi, della vostra compagna e sebbene sia sentenziato che qui moriate di fame, vi porto da satollarvi per alcuni giorni, però ad un patto.—

Falco che aveva ripreso il suo coraggio, disse:

— Quale? —

L'ancella sorrise mostrando i suoi denti bianchissimi.

— Voi mi darete in cambio, — rispose — alcune delle pietre preziose, che adornano il vostro abito.
— Io ve le darò tutte, se mi procurerete il mezzo di uscire di qui. —

L'ancella scosse il capo.

— Questo non è possibile. Se domani si trovasse il sotterraneo vuoto, la Regina farebbe impiccare il carceriere che è mio padre.
— La Regina stessa ci aprirà la porta, — disse a questo punto Topolina — se le direte di venire per un istante a parlarmi.
— Se le dicessi questo, saprebbe che sono scesa qui e sarei punita. No, no. —

Topolina sorrise.

— Voi potrete dire alla Regina che vostro padre, ascoltando alla porta, mi sentì pronunziare ad alta voce queste parole: «Se la sovrana Vezzosa sapesse quale gioiello io potrei darle, ci farebbe uscire immediatamente di qui.» E vedrete che verrà. —

L'ancella spalancò gli occhi.

— Possedete davvero un gioiello tanto prezioso?
— Sì; ma non lo mostrerò che alla Regina. A voi, mio fratello ne darà qualcuno dei suoi per la vostra compiacenza.
— Sono pronto, — esclamò Falco staccando diverse pietre dal suo abito e porgendole all'ancella. — E ve ne darò altre prima di uscire. —

La giovane non esitò: era fuori di sé dalla gioia, trovandosi in possesso di quelle pietre preziose e con la promessa di averne altre. La vanità vinceva la paura.

— Eseguirò la vostra commissione, — disse. — Intanto procurate di rifocillarvi, se volete trovare la forza di andarvene. —

Così dicendo tolse alcuni cibi dal paniere ed una bottiglia di vino generoso; poi, raccomandando di non lasciar traccia di quei viveri e gettare la bottiglia vuota nell'angolo più oscuro, se ne andò.

— La fortuna continua a favorirci, — disse Falco quando furono soli, mettendosi a mangiare con molto appetito. — Ma temo che tu voglia mettermi in impiccio con la storia del gioiello. Dove lo prenderai quando la Regina sarà qui?
— Non ci pensare, fidati di me: lascia parlare me sola.

Falco sentì in quel momento la supremazia che la delicata fanciulla aveva su lui e rispose:

— Sia pure, ti cedo il campo; fa' come vuoi.

La regina Vezzosa, informata dall'ancella di ciò che suo padre aveva udito dalla bocca di Topolina, volle scendere tosto nel sotterraneo per appurare in persona quanto c'era di vero riguardo al misterioso gioiello. Ella condusse con se oltre l'ancella, due uomini della sua guardia, completamente armati, che l'avrebbero difesa nel caso di un pericolo ed uccisi immediatamente i due giovinetti dietro un suo cenno. Quando il carceriere aprì la porta di bronzo della prigione, Falco e Topolina fingevano di dormire profondamente. La Regina, entrò sola, dopo aver ordinato agli altri di tenersi pronti ad ogni suo cenno, presso la porta. Ella gridò ad alta voce:

— Principe Smeraldo. —

Falco mostrò di svegliarsi in quel momento, né diede segno di alcuna sorpresa, scorgendo la Regina; solo chiamò Topolina, dicendole:
— Apri gli occhi, sorella, che vengono a renderci la libertà —

La Regina sorrise.

— Come corri, mio caro, — disse. — No, non ho alcuna intenzione di aprirvi la porta, tranne che abbiate qualche talismano da forzarmi a farlo. —

Topolina che si era sollevata a sedere, come il fratello, esclamò:

— Lo tengo io per voi, Regina; ma non lo consegnerò, che quando io e mio fratello ci troveremo al sicuro fuori del vostro stato.
— Adagio! E in che consiste dunque il tuo talismano?
— Nel più bel rubino che esista al mondo, il cui eguale nessun'altra sovrana può possedere. —

Gli occhi di Vezzosa scintillarono di cupidigia.

— Lo tieni presso te?
— Sì, ma non lo consegnerò che quando ci avrete procurato il mezzo di uscire sani e salvi dal vostro regno. 

La Regina ebbe un sorriso quasi feroce.

— Sciocca, non pensi che potrei ottenerlo lo stesso essendo tu in mio potere? Dipende solo da me la tua vita e quella di tuo fratello!
— Le vostre minacce non ci spaventano e la nostra morte non vi porrà in potere del prezioso e meraviglioso gioiello, formato da una goccia di sangue di fata, che si scioglierebbe, se lo toccaste senza che io stessa ve lo donassi. 

La Regina smaniava dalla grande curiosità e dal desiderio di possedere quello strano e fatato gioiello, e Falco fremeva, non potendo credere alle parole della sorellina.

— Fammelo almeno vedere, — esclamò ella.

Topolina mise la mano in seno e ne tolse il grosso e meraviglioso rubino donatole dal merlo. La Regina e lo stesso Falco lasciarono sfuggire un grido di ammirazione.

— È portentoso! — proruppe Vezzosa: — E voglio averlo ad ogni costo: dammelo.
— Ve lo ripeto, non lo consegnerò che allorquando sarò lungi assai di qui, e se voi me lo prendeste con la forza, non vi rimarrebbe.
— Tu sei furba, bambina; tu lo dici per essere libera, con tuo fratello. Orsù, dammelo ti comando; se rifiuti, vi sono là due guardie, pronte a togliertelo. —

Topolina non parve spaventata da quella minaccia: sorrise e stendendo verso lei il gioiello, disse con voce pacata:

— Ebbene provatevi a prenderlo. —

La Regina allungò avidamente la mano, ma appena l'ebbe toccato, il rubino si fuse, sì che la palma di Topolina si trovò piena di sangue. La Regina indietreggiò atterrita; Falco spalancava gli occhi.

— Lo vedete che non v'ingannavo? — disse Topolina. — Ora risolvete: se volete possedere questo meraviglioso gioiello, dovete procurarci due abiti da pellegrini, poi condurci voi stessa con la vostra scorta, fuori del regno. Giunti là vi farò dono del rubino che desterà l'invidia di tutte le altre sovrane.

— E se tu m'ingannassi? Come puoi con quel sangue far ritornare il meraviglioso gioiello? —

Topolina pronunziò mentalmente:

— O buon merlo, vieni in mio soccorso. —

E tosto il sangue si coagulò, e lo splendido gioiello riapparve più sfavillante di prima.

— Eccolo! — disse Topolina. — Se siete decisa di accettare la mia proposta, il rubino è vostro, né si dissolverà mai più.
— Accetto, accetto, — disse la vanitosa che non vedeva il momento di trovarsi in possesso di quel prezioso gioiello.

Tosto dette ordine che si apprestassero i due abiti da pellegrini e la propria carrozza. Ed un'ora dopo, quella carrozza trasportava fuori del regno i due giovanetti. Allorché giunsero al confine, Topolina consegnò il grosso rubino, che rimase sfavillante nelle mani della Regina. Poi, con la dolcissima voce, le disse:

— Che questo gioiello vi porti fortuna, come l'ha portata a me. Ma ricordatevi che un regno che si basa sulla vanità, non può resistere a lungo, e si scioglie sovente in sangue come cotesta gemma. —

Si allontanò con Falco; il quale si sentiva a disagio al fianco di Topolina, e si andava chiedendo se non fosse lei stessa la figlia di una fata da lui disconosciuta.

tratto da: intratext.com 

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