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Crudeltà di fanciulla – Punizione (capitolo 12)


Tea si trovava con suo cugino Carlen su una grande terrazza, ove era stato preparato un tavolino per la colazione. In vasi d'argento era stato versato il caffè e latte, e si vedeva delle coppe riboccanti di dolci, di frutta, dei cestini d'oro, ripieni di panini imburrati, delle anfore di cristallo, piene di squisitissimi liquori.

— Come mi annoio! — disse ad un tratto Tea con uno sbadiglio, mentre tuffava un biscotto nella propria tazza. — Per divertirmi, ho bisogno di battere qualcuno.
— Tu diventi insopportabile e prepotente ogni giorno più, — rispose Carlen. — Ed è per questo che nessuno ti vuole in sposa.
— T'inganni, sono io che non voglio alcuno.
— Che ci vorrebbe per conquistarti? — chiese in tono beffardo Carlen, mentre addentava un panino inzuppato nel caffè e latte.
— Bisognerebbe essere in potere dei sette capelli d'oro della fata Gusmara.
— Non troverai cavaliere che si accinga a tale impresa per amor tuo.
— Chi sa! — rispose con un superbo sorriso la fanciulla. — Ricordi quello straccione che voleva la rosa che avevo sul seno, e mi gettò sul volto i pezzi della mia palla?
— Lo ricordo benissimo, perché non mai fummo tanto umiliati come in quel giorno da quel ragazzo e dalla sua sorellina, la principessina dei pidocchi.
— Ebbene ho saputo che quel ragazzo è andato alla conquista del tesoro della Fata.
— Credi tu che l'abbia fatto per amor tuo?
— Ne son sicura.
— Quanto sei stupida! Se egli ci riesce, ciò che mi sembra impossibile, sarà per vendicarsi di te e di me. Ma che è quel luccichio laggiù? —

Dalla terrazza si poteva vedere la strada maestra al cui confine era la foresta. Su quella strada si avanzava un cocchio d'oro, tirato da dodici pariglie bianche colle gualdrappe di velluto, tempestate di diamanti. Alla cima del cocchio si vedeva due persone: un maschio ed una femmina. Il primo era un cavaliere bellissimo che indossava un abito dal drappo d'oro gremito di pietre preziose; sull'elmo che portava, si agitava un pennacchio di brillanti. La seconda era una fanciulla di bellezza ammirabile, vestita di una tunica bianca, dall'aspetto di fata, con le brune chiome disciolte, trattenute sulla fronte da un diadema di purissime perle.

— Chi mai saranno? Dammi il cannocchiale — disse ansiosa Tea.

Ma Carlen a un tratto gridò:

— Sono essi, essi, sì, li riconosco,  malgrado la loro trasformazione.
— Chi dunque?
— I due fanciulli che oltraggiammo. Essi vengono da noi. 

Tea, che si era appena riavuta dallo stupore, sorrise superbamente.

— Ebbene, prepariamoci a riceverli. Io vado a cambiarmi d'abito; tu fai altrettanto. 

Poco dopo Tea e Carlen, in un magnifico salone, attendevano il re Falco e la principessa Topolina, come i due giovanetti si erano fatti annunziare. Tea non era mai stata più bella e superba.
La sua fronte altera, incoronata dalla folta capigliatura dorata, si alzava in aria di sfida; i suoi occhi neri come carbonchi lanciavano fiamme. Ella si sentiva lusingata da quella visita, indovinandone lo scopo: trovava Falco, sotto le spoglie di Re, il più bello e compito cavaliere che avesse mai conosciuto, ma si sarebbe guardata bene dal manifestare i suoi sentimenti.
Carlen invece si sentiva profondamente turbato rivedendo la fanciulla che un giorno aveva trattata così male, ferita con un colpo di pietra. Essa oggi gli appariva bella e soave come una creazione divina. Come avrebbe voluto gettarsi ai piedi di lei, chiederle perdono, implorare il suo amore! Ma non l'osava!
Falco e Topolina erano entrati ed il primo disse inchinandosi dinanzi a Tea:

— Perdona se ti disturbiamo, ma tanto io che la mia sorellina non potevamo resistere al desiderio di adempiere la nostra promessa, appena tornati dal nostro viaggio.
— Quale promessa? — chiese Tea, fingendo lo stupore. — Io credo, Sire, che v'inganniate, perché non conosciamo né voi, né vostra sorella.
— È proprio vero? — domandò sorridendo Topolina. — Allora ricorrerò alla tua memoria, Tea. Non ricordi due poveri fanciulli, vestiti di miseri panni, che un giorno si appoggiarono ai ferri del cancello del tuo giardino, mentre giocavi alla palla con tuo cugino? —

Tea l'interruppe:

— Io non mi curo dei pidocchi che passano per la via e si soffermano al cancello, — esclamò beffardamente.

Falco arrossì con violenza.

— Non puoi però aver dimenticato, — proruppe — che io ti chiesi una rosa che avevi alla cintura e tu, piuttosto di darmela, la calpestasti mentre il tuo compagno c'insultava.
— Non capisco affatto. Che cosa ci può essere di comune fra te, tua sorella e quei due pidocchi? — chiese Tea.
— Credevo che tu avessi già compreso che siamo gli stessi, — disse Topolina.
— Ah, ah! — esclamò con una risata Tea. — Eravate allora travestiti, o siete adesso un re di cartone ed una principessa dalle perle false?
— Tea, — gridò Carlen. — Smetti i tuoi stupidi insulti e chiedi piuttosto perdono a Falco e a Topolina per la nostra cattiveria che io deploro.
— Tu sei un mammalucco: io non deploro proprio niente, — soggiunse Tea. — Vorrei solo sapere il motivo che ha condotto qui costoro. 

Falco aveva le guance rosse dalla vergogna e dalla collera. Avrebbe voluto prorompere; ma gli sguardi della bella crudele lo intimidivano, gli chiudevano le labbra. Ah, se avesse avuto egli stesso il potere di Topolina, come se ne sarebbe servito per vedersi ai piedi la superba, che egli sempre amava e che non poteva dimenticare!

— Il motivo te lo dirò io, — esclamò Topolina con accento non meno altero di quello di Tea. — La tua crudeltà di un giorno ha spinto mio fratello, che pensava a te più di quello che merita la tua cattiveria, a recarsi alla conquista dei sette capelli d'oro della fata Gusmara, arrischiando, per amor tuo, più volte la vita.

— È riuscito nel suo intento cavalleresco? — chiese con tono più dolce Tea, avvolgendo il giovanetto di uno sguardo ammirativo.
— Sì, — si affrettò a rispondere Topolina. — E siamo qui, non con l'idea di vendicarci del male che ci facesti, ma per proporti un'unione non indegna di te. Falco desidera di mettere sul tuo biondo capo una corona di regina.

— Accetta, — gridò Carlen — accetta! Ed io, cadendo ai piedi di Topolina, le chiederò di non respingere la mia preghiera, di perdonarmi e lasciarmi sperare che un giorno non respingerà il mio cuore che io le dedico interamente.

— Prima di dare una risposta a Falco, — disse Tea col suo maligno sorriso — vorrei che egli mi mostrasse il tesoro della Fata da lui conquistato. Oh, come diventi pallido! Hai dunque mentito?
— No, perché Falco non si è fatto alcun vanto presso di te, ed io ho detto la verità, — esclamò Topolina. — Il tesoro c'è, ed eccolo qui. —

Mostrò così dicendo il braccialetto dei capelli d'oro, che le cingeva il polso.

— Tu? L'hai tu? — disse Tea. — Ma se io acconsentissi a divenire la moglie di Falco, lo darai a me sola.
— Non è in mio potere il farlo, — rispose gravemente Topolina. — Io accompagnai Falco nel suo pericoloso viaggio, non per conquistare il potere e la ricchezza, ma per assistere il mio fratellino. La Fata volle consegnare a me questo magico braccialetto perché lo rimettessi io stessa a Falco, il giorno in cui egli avrebbe ottenuto l'affetto disinteressato di una fanciulla degna di lui. Ora spetta a te mostrarti degna dell'amore che egli ti ha dichiarato. Tu dovresti essere superba di aver fatto la conquista del suo cuore.

— Io non so che farmene del suo cuore, me ne rido del suo amore. Acconsentirò a sposarlo, quando mi sarà consegnato il tesoro della Fata. Falco, ecco il momento di mostrarmi la tua devozione: strappa quel monile dal braccio di tua sorella e dammelo. —

Falco era pallido, tremante, pur tuttavia fece un passo verso Topolina.
Ma Carlen si slanciò dinanzi a lei come per difenderla, gridando a Falco con tono indignato e risoluto:

— No, tu non glielo toglierai, se essa non vorrà. Tea, come puoi tu pretendere ciò che la Fata ha donato con molta saggezza a Topolina? Non temi che ella ti punisca della tua temerità? —

Tea dette in un fragoroso scroscio di risa.

— Io non temo alcuno, — disse con un gesto da sovrana. — Falco, dammi quel braccialetto, lo voglio.
— No, non l'avrai, — gridò Carlen. — Io impedirò a Falco di prenderlo. —

I due giovinetti si guardarono con aria di sfida e di minaccia e si sarebbero avventati l'uno contro l'altro, se Topolina, rimasta calma, sorridente, non si fosse frapposta fra loro, dicendo a Carlen:

— Ti ringrazio della tua difesa che mi dimostra come il tuo cuore non sia perverso al pari di quello di tua cugina, e come tu abbia fatto ammenda della viltà di un giorno, riacquistando la mia stima e la protezione della buona Fata che invisibile ascolta e giudica. —

E rivolgendosi a Falco:

— Tu sai, — aggiunse — che non basterebbe la tua sola forza a strapparmi questo braccialetto, ed io stessa non posso toglierlo con un atto della mia volontà. Ma vi è un mezzo per averlo, per accontentare quella cattiva, egoista creatura, la quale, procurando di spegnere in te ogni buon sentimento, vuol renderti spregevole ai tuoi stessi occhi: ecco, taglia il mio braccio; così avrai il monile, ed il mio sacrificio per te sarà interamente compiuto.

— Topolina! — interruppe Carlen spaventato — no, tu non puoi permettere questo, né Falco compirà un'azione così vile e nefanda. Tea, tu avresti un cuore di pietra, se accettassi un simile sacrificio!
— Io voglio quel braccialetto, lo voglio, — ripetè con ostinazione Tea, scuotendo i suoi riccioli d'oro. — Falco, tieni il mio coltellino dal manico d'oro e dalla lama affilatissima: recidi quel braccio per dimostrarmi che sei un prode cavaliere, veramente degno di me. —

Un cupo rossore salì al volto di Falco. Sembrò che in quel momento un velo si squarciasse nel suo cervello, che egli comprendesse qual perfida creatura avesse preferito alla cara, buona fanciulla cresciuta presso lui, che si era esposta a mille pericoli per amor suo e compieva sorridendo l'ultimo sacrificio.

E respingendo con violenza Tea, cadde ai piedi di Topolina, piangendo a calde lacrime.

— No, non sia mai detto che io abbia a farti del male, — disse fra i singhiozzi. — Topolina, perdonami, perdonami, tu sola sei degna del dono della Fata, e quella ragazza malvagia, che ora io odio e disprezzo più di quanto l'abbia amata, non l'avrà giammai. Topolina, andiamo via di qui, io non voglio più vedere quel mostro, voglio rimanere a te vicino, farti dimenticare la mia ingratitudine. 

Il viso di Topolina, risplendente di gioia e di commozione, sembrò in quell'istante a Falco il viso di un angelo, mentre quello di Tea infuriata, vedendosi sfuggire il giovinetto e il dono della Fata, gli apparve deforme.

— No, voi non uscirete di qui, — proruppe — ed io stessa taglierò il braccio di Topolina. —

Ma nel mentre cercava slanciarsi, un lampo guizzò nella sala, uno scoppio formidabile ne seguì, e sopra una nube di fuoco apparve la fata Gusmara.

— Arrestati, — disse a Tea. — Le tue cattiverie hanno colma la misura e meriti una severa punizione. Io ti condanno ad essere priva del braccio che volevi togliere alla mia protetta, a perdere la bellezza che ti rendeva così superba, ad errare povera in questi luoghi, dove facesti cattivo uso delle tue ricchezze, dove non seminasti che discordie e dove non raccoglierai che disprezzo. —

In un attimo il braccio di Tea, che teneva ancora il coltellino, cadde a terra; l'aspetto della fanciulla divenne orribile; i suoi ricchi abiti si trasformarono in una veste di cotone a toppe, ed essa fuggì urlando come una fiera, andando a nascondere la sua vergogna, la sua disfatta nella foresta.

La Fata si volse a Carlen.

— A te, pentito delle cattiverie passate, — aggiunse — che difendesti Topolina, darò in dono uno dei miei regni.
— Oh, Fata sovrana! O potente e bella Fata! — interruppe Carlen. — Io non desidero altro da te, che tu volga il cuore di Topolina in mio favore, che essa divenga mia moglie. —

La bella Fata sorrise.

— Che ne dici, Topolina? —

La fanciulla era divenuta pallida e Falco la guardava cogli occhi supplichevoli, pieni di lacrime.
Egli sentiva di non meritare Topolina, ma l'idea che sposasse un altro lo riempiva di dolore e capiva che, senza lei, non avrebbe più potuto vivere.

— Oh, mia buona Fata, mia dolce Fata! — disse la fanciulla con voce un po' tremante — di' a Carlen che lo ringrazio, che il cuore di Topolina non è ingrato; essa non sarà la moglie di alcuno e non abbandonerà giammai il vecchio taglialegna, il suo benefattore, e Nana che l'ama come una madre.

— Ma io non ti separerò da loro, — osservò Carlen. — Lascerò tutte le mie ricchezze a Falco, e verrò a vivere presso te.
— Non so che farmene delle tue ricchezze! — esclamò Falco. — Anch'io voglio rimanere vicino a Topolina. 

La Fata continuava a sorridere dolcemente, guardando la fanciulla. Topolina rivolse i suoi begli occhi a Falco.

— Tu sei fatto per regnare, tu desideri il potere, — disse la fanciulla. — Dal canto mio, voglio continuare a vivere umile ed ignorata nella foresta, con coloro che mi amano.
— Io ti amo più di tutti, — gridò Falco — ed ero uno sciocco, tre volte sciocco, come disse il babbo, a perdere il cervello dietro una cattiva fanciulla, mentre avevo te al mio fianco. Voglio ritornare povero come prima, per rimanere con te, eternamente con te!
— Topolina, dai il braccialetto a Falco, — disse la Fata. — Adesso se lo merita. —

La fanciulla se lo tolse subito dal polso, per porgerlo al giovinetto. Ma Falco lo respinse.

— No, non lo voglio, — esclamò. — Dallo a Carlen, se la Fata lo permette: io ormai non desidero altro potere, altro tesoro, che la mia Topolina. —

La fanciulla piangeva di gioia, il magico volto della Fata appariva raggiante.

— Bravo Falco, è così che ti volevo, — disse. — Carlen, accetta il dono che ti fanno, sebbene non possa compensarti della perdita di Topolina. Figliuoli miei, pensate sempre così saggiamente, siate sempre buoni e non vi mancherà giammai il mio aiuto, la mia protezione. —

E mentre la bella Fata spariva nella nube di fuoco, Topolina si gettava nelle braccia di Falco, che per la prima volta sentiva che in tutto il mondo non c'era una creatura più contenta di lui!


Topolina e Falco vivono nella foresta, ove ogni albero, ogni uccello è loro familiare; ove si sentono amati e protetti. Essi non rimpiangono di aver rinunziato al potere, alla ricchezza; ma quando la sera, sotto il mite chiarore della luna, presso il vecchio taglialegna e la buona Nana, ricordano il viaggio compiuto dai due giovani per la conquista dei sette capelli d'oro, non è che per ringraziare la fata Gusmara che fece loro conoscere un bene assai più grande di tutti i poteri e di tutti i tesori del mondo: la pace e la felicità domestica.

Da" I sette capelli della fata Gusmara" di Carolina Invernizio 
tratto da: intratext.com 

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