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Nel regno della Ricchezza (capitolo 6)


La situazione di Falco non era delle più piacevoli. Si sentì sballottato di qua e di là senza poter vedere dove lo conducevano; sentì più voci gridare in una lingua a lui sconosciuta; indi gli parve di essere posto fra altre casse, su di un carretto, che veniva tirato a mano. Il ragazzo avrebbe voluto soddisfare la propria curiosità, ammirare le strade che percorrevano, vedere da vicino quelle ricchezze che da lontano gli avevano prodotto tanto effetto. Invece, fu costretto a starsene rannicchiato in quella cassa, respirando appena dai forellini del coperchio, col terrore di qualche pericolo imprevisto ed ignoto. Come era folle, per l'amore di una fanciulla che lo disprezzava, di slanciarsi in simili avventure! Non avrebbe potuto essere felice nella sua povera capanna in compagnia di Topolina che l'adorava, presso al vecchio padre che forse in quell'istante lo chiamava? Perverrebbe egli a conquistare i sette capelli d'oro della fata Gusmara, mentre era appena giunto alla metà del cammino che doveva percorrere, recinto da ogni parte da insidie e da pericoli? Mentre così rifletteva, il carretto si era fermato e Falco sentì la voce di uno dei conduttori che diceva:

— Siamo giunti solo stamani e non abbiamo indugiato a venir qui.
— Avete fatto benissimo, — rispose un'altra voce. — Se sapeste come eravate attesi con impazienza! La signora è disperata, perché l'unica sua figlia ha dichiarato che si lascerà morire di fame, se non le danno della cioccolata; ed in tutto il regno non se ne trova. Perciò, potete scaricare subito una mezza dozzina delle vostre casse. —

Falco si sentì in quel momento sollevare: capì che entravano nel palazzo di cui aveva parlato il capitano e fu sorpreso dalle esclamazioni di gioia di alcune donne quando le casse vennero scaricate a terra.

— I mercanti di cioccolata! — si gridava. — Avvertite subito la padrona e la signorina Nara.
— Oh, che piacere! Il palazzo tornerà in festa. Erano tutti così tristi, dacché Nara non voleva più saperne di mangiare. —

Falco, nel suo nascondiglio, pensava che anche le ricchezze non bastano a soddisfare tutti i desideri, a rendere felici, quando si accorse che la fanciulla nominata doveva essere apparsa, perché sentì una vocina esile, dire:

— Oh, mamma, adesso sì che sono contenta! Fai aprire subito una di queste casse! Dammi un po' di cioccolata, o muoio. Voglio che sia aperta questa! — soggiunse, appoggiandosi alla cassa dove stava rinchiuso Falco.

Il fanciullo trasalì dallo spavento. Che sarebbe avvenuto, quando fosse stato scoperto? Per fortuna udì la voce di uno dei conduttori, che disse:

— Guardi, signorina, apriremo quest'altra, ove si trova la cioccolata alla crema, che deve essere mangiata per la prima, perché non si conserverebbe a lungo. Nell'altra cassa, invece, c'è la cioccolata in pani che può durare anche un anno, purché sia messa in una cantina asciutta.

— Sì, sì, la faremo riporre in cantina con le altre, perché la mamma le acquisterà tutte, — esclamò la fanciulla.

Falco si sentì alzare sulle spalle di un facchino e pochi minuti dopo, fu collocato sopra un piano mentre udiva una voce che gli diceva attraverso i fori:

— Ricordati: stanotte. —

Poi tutto ripiombò nel silenzio. Falco rimase ancora per qualche istante accovacciato; indi, persuaso di trovarsi solo, spinse la molla che gli avevano indicata ed il coperchio si sollevò. Allora il fanciullo saltò svelto e leggero dalla cassa, guardandosi attorno. Egli era in uno stanzone assai vasto, che più di una cantina, gli parve un gran magazzino. Benché non si scorgesse finestre, nella stanza splendeva un mite chiarore. Il fanciullo a tutta prima non poté comprendere di dove provenisse; ma poi si accorse di certe scaglie che coprivano i muri e risplendevano come brillanti. Il silenzio era perfetto. Falco poté esaminare a suo agio gli oggetti del magazzino, né i ladri si erano ingannati. Là dentro, si racchiudevano tesori immensi. Dei cassoni aperti mostravano verghe d'oro; specie di forzieri senza serratura, che si potevano perciò facilmente aprire, contenevano ogni sorta di pietre preziose. Pure tutta quella ricchezza non affascinò il fanciullo, turbato da un atroce pensiero. Egli doveva rubare, altrimenti coloro che l'avevano introdotto in quel posto, perché riempisse la cassa d'oro e di brillanti, l'avrebbero ucciso. Ladro! Sarebbe divenuto ladro per salvare la pelle? No, no, era impossibile. È vero che egli non avrebbe recato danno ai proprietari di tutte quelle ricchezze; nondimeno, non si sentiva il coraggio di stendere la mano su quell'oro che non gli apparteneva. Prese allora una risoluzione. Avrebbe procurato di fuggire da quel luogo per sottrarsi all'impegno preso, e far perdere ogni traccia di sé a quegli uomini brutali che volevano fare di lui un ladro. Fece il giro del magazzino e vide una scala che sembrava condurre al piano superiore. Ma al sommo di essa trovò una porta di ferro, solidamente chiusa, che tutte le sue forze non avrebbero riuscito a smuovere. Falco era prigioniero. Allora un immenso sconforto s'impadronì di lui: le lacrime sgorgarono dai suoi occhi, e con accento angoscioso, giungendo le mani, balbettò:

— Oh, buona Fata, buona Fata assistetemi: fa, che io non divenga un ladro! —

Non aveva terminato la sua preghiera, che uno dei muri del sotterraneo si aprì senza rumore, e nel vano apparve una specie di nano che si pose l'indice della mano destra alla bocca per comandargli il silenzio e al tempo stesso coll'altra mano gli fece cenno di seguirlo. Falco, confortato, obbedì. Il Nano, che camminava senza rumore, gli fece attraversare una lunga galleria, salire una scala, poi gli mostrò una porta aperta, e disparve. Il fanciullo uscì da quella porta, che si richiuse tosto dietro lui. Egli, così, si trovò sulla strada.
Libero! Era libero! La Fata aveva ascoltato la sua preghiera; gli procurava il mezzo di uscire da quel palazzo; ma dove si sarebbe recato? E Topolina dove si trovava a quell'ora? Mentre così pensava, indifferente alla bellezza degli edifizi che fiancheggiavano la strada, udì una voce esclamare:

— Che bel ragazzo! Certo non appartiene al nostro regno, e sarebbe adatto per Scorpietta. —

Falco si volse e scorse una dama bellissima coperta d'oro, di gioielli, in compagnia di una ragazza, in veste moresca ricchissima. Egli arrossì alle lodi rivoltegli; e siccome rimaneva immobile e confuso, la dama si avvicinò.

— Chi sei, mio bel ragazzo? — chiese.
— Sono uno straniero.
— Lo vedo; ma come mai ti trovi qui?
— Fui gettato dalle onde su questa spiaggia.
— Sei solo?
— Sì.
— Non conosci alcuno in questo regno?
— No, né qui, né altrove: mi trovo solo al mondo, — rispose con audacia.
— Povero ragazzo, vieni con me, avrai asilo e farò la tua fortuna. —

Falco accettò con gioia di seguire la dama e la ragazza in abito moresco, per sottrarsi alla ricerca dei ladri, e passare la notte al sicuro. Pensò che Topolina provvederebbe da sé alla propria salvezza, e che era inutile e pericoloso in quel momento far ricerca di lei. Falco venne dunque condotto in un palazzo tutto di marmo e d'oro, ove nel vestibolo erano dodici negri, vestiti sfarzosamente, che parevano statue di ebano, tanto rimanevano immobili. All'apparire della dama, si prosternarono colla faccia a terra, né si rialzarono che dietro suo ordine. Falco, tenuto per mano dalla stessa dama, attraversò una fila di sale, la cui descrizione sarebbe impossibile. Egli non aveva mai veduto nulla di più ricco, di più splendido, di più meraviglioso. Poi la dama si soffermò in un salottino, imbottito da cima a fondo di stoffa di seta a colori vivissimi cangianti, con mobili d'oro ricoperti di stoffa simile a quella, e fatto sedere Falco, gli disse:

— Ora, fanciullo mio, ti faranno prendere un bagno e rivestire abiti adatti alla tua nuova condizione, perché da questo momento, ti considero mio figlio. Io sono la principessa Smeralda, cognata della nostra Sovrana, possiedo ricchezze immense quali forse non hai mai sognate ed ho un'unica figlia, che è tutto il mio amore, la mia adorazione. Ebbene, questa figlia sarà tua sposa. —

È da immaginarsi la sorpresa e la confusione di Falco; pure non avrebbe avuto il coraggio di rifiutare, nella situazione in cui si trovava, sapendo che un rifiuto sarebbe stato la sua rovina. Perciò, rispose prontamente:

— Principessa, sono confuso di tanta bontà che so di non meritare, perché sono un povero ragazzo, privo di mezzi, e può darsi che la Principessina non voglia saperne di me.
— Essa sarà invece ben felice di sposarti, come io lo sono di offrirti le ricchezze che ti mancano. Olà! —

Alcuni servitori comparvero, e dietro un ordine della principessa Smeralda, condussero Falco in un sontuoso appartamento, lo spogliarono dei suoi abiti, gli fecero prendere un bagno, quindi lo rivestirono di un costume tutto cosparso di pietre preziosissime.

— Come è bello! — sussurrò uno dei domestici agli altri. — Però non vorrei essere al suo posto, povero ragazzo! —

Falco provò un leggero tremito.

— Perché non vorresti essere al mio posto? — chiese.

Il domestico arrossì, balbettò una scusa.

— Perché... perché me ne troverei indegno. —

Malgrado questa risposta, una vaga, misteriosa apprensione assalì Falco. Quando venne ricondotto dalla Principessa che l'aspettava per pranzare, non aveva più la franchezza, l'audacia di poco prima.

— Vieni qui che ti ammiri, — esclamò la Principessa. — Oh, sei bellissimo: nessun giovane del regno potrebbe paragonarsi a te: la mia Scorpietta sarà felice... orsù, mangia di buon appetito, poi la vedrai e farò tutto preparare per il vostro matrimonio. —

Falco non ebbe il coraggio di rispondere, ma siccome era digiuno dal giorno prima, provò tosto una sensazione di grande appetito alla vista delle squisite vivande che gli si offrivano agli sguardi, ai delicati effluvi dell'arrosto di selvaggina, il tutto servito in piatti di purissimo oro. E mangiò avidamente di tutto, bevette senza scrupolo di tutti i vini che gli venivano versati nei bicchieri, tanto che, al finire del pranzo, la sua testa era esaltata, aveva dimenticato Topolina, i suoi buoni propositi, messi da parte i suoi timori e qualsiasi scrupolo.

— Sposerò la Principessina, — pensava — poi, al momento opportuno, carico d'oro e di pietre preziose, mi allontanerò tranquillamente dal regno. —

E rivolgendosi alla Principessa:

— Quando mi concederete la felicità di conoscere la mia sposa? — chiese.

Ella sorrideva dolcemente.

— Più tardi, — rispose.

In quel punto giunse un messo, inviato dalla Sovrana, che aveva da riferire cosa importante alla Principessa.
Falco voleva ritirarsi.

— No, rimani, — disse Smeralda — ormai tu fai parte della famiglia. —

E voltasi al messo:

— Parla, che succede? — domandò.
— Vostra cognata, la mia amata Sovrana, — rispose il messo — desidera che sappiate ciò che è accaduto al palazzo reale. Un mercante di cioccolata chiese, in cambio di alcune ricche bomboniere, il favore di ammirare un istante il superbo salone, rischiarato dal brillante più grosso e meraviglioso del mondo. —

Nel sentire questo preambolo, Falco si fece tutto orecchi per ascoltare: il suo cuore batteva con violenza.
Il messo continuò:

— La Sovrana acconsentì. Il mercante era entrato nel salone, con un cesto sul capo, e andò a collocarsi proprio sotto il brillante. Ad un tratto si udì un forte rumore, accompagnato da un grido: il grosso brillante era caduto al suolo e con esso una fanciulla che stava nel cesto del mercante. —

Falco non respirava più: era livido.

— Come avvenne la disgrazia? — chiese la principessa Smeralda.
— Non fu una disgrazia, — ripeté il messo. — Il mercante era un ladro, che aveva istruito la piccina perché staccasse il brillante; ma la fanciulla non poté sostenerne l'enorme peso e cadde col gioiello. Ella ha confessato subito tutto, ed il ladro si ebbe tosto la pena che si meritava: gli venne tagliata nell'attimo la testa. 

Falco mandò un grido.

— E la bambina? — chiese.
— La bambina sarà bruciata viva domattina, e la Sovrana mi manda ad invitarvi ad assistere alla cerimonia.
— Oh, grazia, grazia per lei! — gridò Falco con angoscia.

La Principessa si fece seria.

— Tu la conosci? — chiese.
— No, ma sento pietà di lei, — rispose il fanciullo con accento vibrato. — E voi, Principessa, chiederete questa grazia, in nome di vostra figlia che debbo sposare, perché le nostre nozze non vengano funestate da un orribile spettacolo.
— La Sovrana avrebbe fatto grazia per il furto, — disse il messo — giacché la fanciulla non è la colpevole, ma bensì lo strumento del ladro; però costui, prima di morire, per vendicarsi, rivelò che la bimba è una protetta della fata Gusmara, nostra potente nemica, e attraverso questo regno diretta alla conquista dei sette capelli d'oro. —

Un lampo brillò nelle pupille della Principessa.

— Allora nessuna pietà di lei, — proruppe con violenza. — Essa merita la morte, come verrà data a tutti coloro che avranno l'audacia di recarsi dalla nostra nemica.
— Perché tanto odio contro di essi? — chiese Falco fingendosi sorpreso da quello sdegno.
— Te lo dirò. Quando uno giunge ad ottenere i sette capelli d'oro della fata Gusmara, vuol dire che è un essere privilegiato, che ha potuto sfuggire a tutte le insidie, i pericoli, le seduzioni che gli contrastarono il cammino a traverso i regni nemici. —

Falco l'interruppe.

— Non potrebbe costui giungere alla meta per altre strade?
— No, — rispose la Principessa. — Chi vuol arrivare alla gloria, al potere, alla ricchezza, a tutti i doni insomma che può conferire la Fata potente, deve lottare contro tutti i nemici di essa.
— Perché le sono nemici?
— Perché la fata Gusmara protegge le virtù che non si trovano nei nostri regni; perché noi siamo a lei sottoposti; perché, infine, chi giunge a possedere i sette capelli d'oro, diventa anche il nostro padrone e potrebbe privarci delle ricchezze, senza le quali non possiamo vivere. Ma ti ho detto anche troppo: vi sono dei misteri che non si debbono svelare neppure ai più intimi. —

E rivoltasi al messo:

— Torna da mia cognata, — aggiunse — e dille che domattina saremo da lei, perché ci allegra l'assistere alla punizione di una protetta della fata Gusmara. —

Falco rimase silenzioso; ma quanto soffriva! Come? Avrebbe egli assistito al supplizio di Topolina, senza recarle aiuto o condividere la sua sorte? Al fanciullo parve di non averla mai amata tanto come in quel momento. La sua esaltazione di prima era svanita ed avrebbe rinunziato certo alla fortuna che gli offriva la Principessa pur di trovarsi presso la sorellina. Ma capiva che era necessario fingere per non tradire il proprio segreto, altrimenti forse sarebbe stato punito, senza rivedere Topolina. La principessa Smeralda, vedendolo triste, gli versò un bicchiere di un liquore dorato.

— Orsù bevi, — disse — poi verrai a vedere la tua sposa. —

Egli dovette obbedire. Appena ebbe sorbito il prezioso liquido, sentì di nuovo il sangue scorrere caldo nelle sue; vene e riprese tutto il suo coraggio. ;

— Se Topolina è protetta dalla buona Fata, — pensava — non morirà. —

Egli seguì la Principessa attraverso a numerose sale e ad una galleria ornata di fiori, statue d'argento, fontane di diaspro. In fondo alla galleria, sorgeva una specie di padiglione d'oro, la cui entratura era guardata da mori in vesti ricchissime. Quei mori s'inchinarono a terra, dinanzi alla Principessa, che ordinò loro di alzarsi, e presentando Falco:

— Questi, — disse — sarà d'ora innanzi il vostro padrone, perché marito di mia figlia. —

La porta del padiglione fu spalancata, e la Principessa; entrò per la prima.

— Scorpietta, mia adorata Scorpietta, ecco qui il tuo sposo, — disse Smeralda.
— Oh, mamma, mamma, come è bello! Io già l'amo; mi amerà egli? — rispose una voce dolcissima, soave.

Falco, che si era avanzato per vedere la Principessina, soffocò un grido d'orrore, e incominciò a tremare in tutta la persona. Sopra dei guanciali trapunti di perle e di brillanti, egli scorse un corpo mostruoso di fanciulla, con la più orribile testa che si possa immaginare. E gli occhi rotondi, verdi, di quel mostro, si fissavano su lui con immensa tenerezza e compiacenza.

— Sì, Falco ti amerà come io ti amo, — esclamò la Principessa, abbracciando quell'orribile figura. — O farò subire a lui pure la sorte degli altri. —

E voltasi al fanciullo:

— Non è vero, — soggiunse — che tu desideri sposarla? Ricordati che me l'hai promesso.
— Ma io non la conoscevo, — balbettò Falco.
— Ebbene, — interruppe la Principessa — che trovi d'indegno in lei? Tu non devi guardare al suo volto, alla sua persona, ma al suo cuore che è il più bello che si possa trovare: via, ti lascio con lei, tornerò fra poco, perché venga celebrato il matrimonio. Spero che in questo frattempo vi comprenderete e vi affiaterete. —

Così dicendo la Principessa uscì dal padiglione, chiudendone rumorosamente la porta. Falco si trovò solo con Scorpietta.

— Ti faccio dunque tanta paura? — chiese la Principessina, con un tono di voce così tenero, dolce, melanconico, che Falco si sentì profondamente commosso. — Sei anche tu come tutti gli altri, che hanno disprezzato la mia tenerezza, per il terrore che loro provocava il mio aspetto?
— No, non disprezzo il tuo affetto, — rispose Falco — perché sento che sei buona, né il tuo aspetto mi fa più orrore, dal momento che ti odo parlare; però non posso ricambiarti come forse vorresti e mi ripugna l'ingannarti.
— Ti comprendo, ed apprezzo la tua sincerità; mi contenterò della tua amicizia. Avvicinati a me, te ne prego; sei il primo che non mi sfuggi e voglio dirti la verità.
— Eccomi! — esclamò Falco, sedendosi su di un cuscino ai piedi di lei, che lo fissò con occhi riconoscenti, umidi di lacrime.
— Tu sei così bello, e tanto mi piaci, — disse la Principessina — che voglio risparmiarti la morte orribile toccata a tutti coloro che mi hanno respinta, morte che non ho potuto far sospendere, perché mia madre, che accondiscende a qualsiasi mia preghiera, è inesorabile, crudele, quando l'imploro per coloro che non vogliono saper di me. Ora, se tu vuoi evitare un tale pericolo, acconsenti a sposarmi: io non sarò per te che una buona amica, una sorella; mi contenterò di un affetto fraterno ed in cambio avrai ricchezza fino a che vorrai e tutti gli onori che si addicono ad un principe. Dimmi, lo vuoi?
— E se rifiutassi?
— Soffrirei, perché so di non poterti risparmiare la morte. —

Falco pensò che non voleva morire senza aver riveduto Topolina, deciso di seguirne la sorte, onde senz'altro rispose:

— Ebbene, acconsento a sposarti. —

Il viso orribile della Principessina divenne radioso e la sua anima buona si trasfuse nei suoi occhi commossi.

— Oh grazie, grazie, — disse prendendo una mano di Falco, che provò una sensazione di ripugnanza al contatto di quelle dita pelose, munite di unghie adunche.

Ma seppe dominarsi, non mostrare la sua avversione. La Principessa ritornò: sembrava di cattivo umore e chiese entrando:

— Dunque, avete combinato?
— Sì, mamma, — rispose Scorpietta. — Falco mi sposa, dice che mi amerà, ed io sono tanto, tanto felice.
— Oh, figli miei! —

La Principessa sembrava pazza dalla gioia: baciava ora Scorpietta ed ora Falco con mille esclamazioni di contento. Il matrimonio venne celebrato la stessa sera nel padiglione. La sposa aveva un abito interamente coperto di brillanti, una corona di brillanti meravigliosi sul capo. Falco sembrava ancora più bello vicino a lei, nel ricchissimo costume da principe, che gli avevano fatto indossare: era ammirato da tutti, mentre tutti in segreto lo compiangevano. La Principessa gli mostrò un forziere pieno di pietre preziose, dicendogli:

— Tutto questo è per te, ed avrai tutte le ricchezze che desideri: farò fabbricare un palazzo tutto d'oro per te e mia figlia. —

Poi gli consegnò una spada, dicendogli:

— Stringi quest'arma fatata; con essa disperderai qualsiasi esercito. —

Dopo il matrimonio, vi fu un gran banchetto, rallegrato da un delizioso concerto e da un ballo fantastico di fanciulle. Esse indossavano abiti luminosi che ad ogni passo cambiavano colore come un arcobaleno. Il banchetto durò fino al giorno, e prima che gli sposi si ritirassero nel loro appartamento, la principessa Smeralda li avvertì che dovevano recarsi ad assistere al supplizio di Topolina. Falco attendeva con ansia quell'ora. Egli, la sposa e la principessa Smeralda vennero condotti in palanchino al palazzo della Sovrana, che li accolse affettuosamente e si rallegrò che il giovinetto avesse avuto lo spirito ed il cuore di sposare la sua nipotina. La regina Perla, era una bella donna, dai capelli color d'ebano, la carnagione di creola, dalle forme statuarie, ma dall'espressione del viso fredda e crudele. Il rogo per Topolina venne preparato in un vasto cortile che aveva tutto intorno un portico di porfido. Sotto il portico erano dei sedili per gli invitati e nel centro si ergeva una specie di trono, dove prese posto la sovrana Perla, avendo a fianco da un lato gli sposi, dall'altro la cognata. Appena si furono seduti, si aprì una porta che era nel fondo del vasto cortile e comparvero dapprima sei uomini di figura atletica, vestiti di rosso, che portavano delle fiaccole accese per dar fuoco al rogo; poi, una quantità di danzatrici in abito bianco, con le chiome cadenti fino a terra, le fronti coronate da diademi di zecchini. Finalmente quattro mori portavano sulle spalle una specie di palanchino scoperto, su cui stava Topolina, vestita de' suoi poveri abiti, coi capelli disciolti, il volto sorridente, bella come un'apparizione angelica. Ma gli spettatori non furono commossi alla vista della graziosa bimba.

— Al fuoco, la protetta della fata Gusmara! — gridarono più voci alla sua vista. — Al fuoco! —

Falco non aveva occhi che per lei: tutto il suo cuore volava verso Topolina ed avrebbe voluto fulminare coloro che la condannavano a morire.

— Al fuoco, al fuoco! — ripeterono la Sovrana e la Principessa sua cognata.

Scorpietta invece mormorò:

— Povera fanciulla, perché non è dato a me di salvarti? —

Falco la sentì, e chinandosi verso la sposa:

— Tu hai cuore, — le disse — ed io vorrei amarti come meriti, vorrei poter cangiare il tuo viso con quello di un angelo, come sei. Forse mi vedrai compiere qualche atto che non ti piacerà, ma perdonami, tu che sei buona. Scorpietta era vivamente commossa, sentiva una soave dolcezza inondarle l'anima. Quel bel giovinetto che tutti ammiravano, che era il suo sposo, non aveva dunque orrore di lei, la giudicava secondo i suoi meriti, non secondo il suo viso: esso avrebbe voluto renderla bella, felice!

— Tu sei generoso, — rispose. — Qualunque cosa tu possa compiere, sei già perdonato, né io cesserò mai di amarti.
— Grazie, Scorpietta, grazie. —

Topolina era salita sul rogo, che in quel momento venne acceso. Tutti gli occhi erano rivolti su lei, quando una voce ruppe il silenzio ferale, successo alle grida.

— Topolina, sorella mia, — diceva quella voce — io non ti abbandonerò in questo momento. Preferisco la morte con te a tutte le ricchezze, i poteri del mondo. Scorpietta, perdonami, addio. —

E Falco, balzato dal suo posto, si slanciò fra le fiamme, prima che la Sovrana e gli altri potessero trattenerlo.
Allora si vide una cosa inaudita. Le fiamme si spensero in un attimo: dalle legna si sprigionò un fumo bianco che pareva una nube e su quella nube i due giovinetti abbracciati, felici, si innalzarono verso il cielo, per scomparire poco dopo agli sguardi di tutti. Scorpietta, cogli occhi velati di lacrime, le pelose mani congiunte, pregava per colui che l'aveva abbandonata e che essa perdonava.

tratto da: intratext.com 


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