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Le Fate e il Cappello Bianco (leggende celtiche)


C’ era una volta un ragazzo che tornando a casa, una sera, si allontanò senza accorgersene dal sentiero perdendosi nella grande foresta. Quando giunse la notte il ragazzo, stanco del lungo cammino, si stese sotto un albero e si addormentò. Al risveglio, alcune ore più tardi, si accorse che un grande orso era disteso accanto a lui con la testa appoggiata ai suoi vestiti. Il ragazzo in un primo momento si spaventò, ma quando si accorse che l'orso in realtà era mite, si lasciò condurre da lui attraverso il bosco finché vide una luce provenire da una piccola capanna fatta di zolle erbose. Bussò alla porta e una piccola donna gli aprì e lo invitò gentilmente a entrare. Nella capanna, seduta accanto al fuoco, c'era un'altra piccola donna. Dopo avergli offerto una buona cena gli dissero che avrebbe dovuto dividere con loro l'unico letto della capanna.
Appena coricato il ragazzo sprofondò in un sonno pesante ma si risvegliò bruscamente al suono del pendolo che batteva la mezzanotte. Vide le due piccole donne alzarsi e infilarsi dei cappelli bianchi appesi alla spalliera del letto. La prima disse: «io vado» e l'altra aggiunse: «io ti seguo» e improvvisamente scomparvero.
Spaventato all'idea di restare solo nella capanna, e vedendo un altro cappello bianco appeso alla spalliera, lo indossò dicendo: «io ti seguo». Ed ecco che immediatamente una forza misteriosa lo portò al cerchio delle Fate dove tante piccole donne danzavano allegramente. A un certo punto una di loro disse: «io vado alla casa di un gentiluomo» e tutte le altre: «io ti seguo». Il ragazzo fece altrettanto e si ritrovò su un tetto, vicino a un alto camino.
La prima fata, poiché proprio di Fate si trattava, disse: «Giù dal camino!» e le altre, ripetendo la solita formula, la seguirono prima attraverso la cucina e poi giù fino alla cantina. Qui cominciarono a prendere delle bottiglie di vino da portare via, poi ne aprirono una e la porsero al ragazzo il quale bevve così avidamente che cadde in un sonno profondo. Al risveglio si trovò solo, e tutto tremante ritornò nella cucina dove incontrò dei servi che lo condussero dinnanzi al padrone di casa; dato che non sapeva dare una valida spiegazione circa la sua presenza lì fu condannato all'impiccagione.


Quando già si trovava sul patibolo vide una delle piccole donne farsi largo tra la folla; in mano teneva un cappello bianco simile a quello che lei aveva in capo. La fata chiese al giudice di lasciare indossare il cappello al ragazzo prima di impiccarlo e il giudice, non vedendo cosa ci potesse essere di male, acconsentì.

La fata si arrampicò allora sul patibolo e mise il cappello sul capo del ragazzo dicendo: «io vado!» e il ragazzo, rapidamente, rispose: «io ti seguo!». Veloci come fulmini volarono fino alla piccola capanna nel bosco. La fata gli spiegò allora quanto si fosse offesa nello scoprire che si era appropriato del cappello bianco e aggiunse che, se voleva essere amico delle creature fatate del bosco, non avrebbe mai più dovuto prendere le cose di loro proprietà.

Il ragazzo promise e, dopo una buona cena, gli fu concesso di tornare alla sua casa.

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