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L'albero Cedrolibor


Ai piedi della collina fuori città viveva un vecchi albero dall’aspetto stanco, serio ed afflitto; infatti un brutto giorno era sprofondato nella tristezza e nell’abbattimento.
Aveva deciso di lasciarsi cadere tutte le foglie mettendo la sua bella chioma in terra. La sua felicità era svanita perché aveva capito che nono poteva più trasformarsi: era rimasto troppo solo.

Si chiamava Cedrolibor ed era vissuto a lungo felice in un boschetto senza contare gli anni, infatti era secolare. Era sempre apparso pieno di forza e dignità: foglie e rami germogliavano dalle sue membra, insetti abitavano nella sua scorza, scoiattoli e ghiri trovavano rifugio nel suo tronco, uccelli vaganti nidificavano tra i suoi rami, ragni enigmatici tessevano le loro strade di seta, vecchie civette si riparavano dalla luce del sole nei suoi buchi e ai suoi piedi abitavano la lepre e il porcospino.
Un flusso incantevole di perenne trasformazione scorreva attorno a lui e a tutti gli esseri che vivevano nel bosco.

In quel bosco, per un numero impalpabile di anni trovarono vita – in una costante beatitudine – alberi, foglie, fiori, funghi, bacche rosse di rosa canina, bacche di sambuco, cespugli di carrubo, frutti globosi di noce, polloni di nocciolo e anche salvia vischiosa, timo serpillo, melissa, carota selvatica e … tanta linfa vitale. Spesso inoltre intorno a lui giocavano i bambini con i nonni, le rondini si radunavano prima della partenza per i paesi caldi, le farfalle variopinte luccicavano al sole e il viandante d’autunno – chino sulle dolci immagini della memoria – ricordava ...all’ombra della sua chioma che ora stava tutta a terra.

Cosa stava succedendo? Perché doveva soffrire così e lasciarsi morire?
Perché era rimasto solo!
Nessuno si accorgeva di lui.
Nessuno sapeva ascoltare lui che era stato così pieno di pace, di forza e dignità.
La profondità della terra sembrava chiamarlo.
Aveva deciso di lasciarsi morire il giorno in cui una violenta ruspa aveva divelto tutti i suoi compagni di bosco e aveva risparmiato – chissà per qual forza misteriosa – solo lui.
Le foglie morte erano cadute tutte ai suoi piedi e gli riscaldavano le radici. Cedrolibor sentiva di non possedere più il dono della trasformazione e quindi a primavera non sarebbe rigermogliato. La sua fine era ormai prossima.

Sennonché una forza misteriosa condusse a lui un mattino tanti bambini che lo vollero da vicino osservare, toccare, fotografare e soprattutto stare a sentire.
L’albero tremò fin nelle radici e fino in cima; rabbrividì anche l’ultima foglia rimasta in punta al ramo più alto.
Oh, meraviglia! Non era più solo!
I bambini intorno gli facevano il girotondo e sentivano il frusciare delle sue foglie, gli cantavano le poesie più belle e gli ricordavano i suoi amici del bosco.

Qualcuno si era accorto di lui!
I bambini percepivano la gioia improvvisa che aveva pervaso l’albero e incessantemente ritornarono da lui, non lo lasciarono più solo.
Una mattina gli radunarono attorno tutta la città per festeggiare il suo anniversario e per dirgli che anche lui era una parte della città: era l’albero di vita e insieme potevano reinventare il gioco della trasformazione.
E forse avrebbero insegnato il gioco della trasformazione anche ai grandi della città.
L’albero Cedrolibor abbracciò tutti i bambini e riprese la sua vitalità.

Tratta da “Gli alberi raccontano”,
di Lucia Cena Pellenc, Effatà Editrice, 2008

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