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La gatta bianca (capitolo 8)


Falco e Topolina camminarono per qualche tempo in silenzio. Finalmente il primo non seppe più resistere e chiese:
— Dove mai prendesti quel gioiello? —
Topolina rise allegramente. 
— Che t'importa di saperlo? Non sei contento di trovarti libero, fuori del regno della Vanità?
— Lo sono; ma tu non ti mostri sincera con me: hai dei segreti col tuo fratellino. —
Topolina diventò rossa, sentì battersi il cuore, e con accento serio:
— Verrà un giorno che potrò spiegarti tutto, — rispose — salvo che qualche sventura ci colga prima.
— Che sventura puoi tu temere, — esclamò Falco — mentre sei protetta dalla Fata? E non stupirei fossi una fata tu stessa. —
Una schietta risata di Topolina lo confuse.
— Ah! ah! Se io fossi una fata, come ti dissi un'altra volta, non ci troveremmo adesso in viaggio, in mezzo a pericolose avventure, che c'impediranno forse di giungere alla meta; avrei fatto della tua capanna un palazzo, di te un re, ed avresti già avuto tutto ciò che desideri. No, no, io non sono che la povera Topolina, da te trovata nel tronco di una pianta; ti devo la vita e cerco di sdebitarmi venendoti in aiuto con quel pò che è in mio potere. Prego ardentemente la buona Fata che voglia darmi sempre ascolto, per quanto non sempre tu meriti la sua protezione. —
Falco non era persuaso, ma l'aveva scampata troppo bella in virtù di Topolina per insistere, mostrarsi indiscreto: ecco perché si limitò a dire:
— È vero: spesso non ti dò ascolto e mi lascio sopraffare dai vizi che mi dominano. Guai se non ti avessi vicina! Ma d'ora innanzi procederemo di concerto; tanto più che stiamo per arrivare alla conquista dei sette capelli d'oro della fata Gusmara. Ormai i regni nemici li abbiamo passati e non tarderò a prendere una rivincita sulla bella fanciulla che mi ha un giorno umiliato e che non posso dimenticare. —
Topolina non replicò; ma se Falco l'avesse guardata, le avrebbe veduto gli occhi pieni di lacrime.
Sotto il travestimento di pellegrini, Falco e Topolina potevano viaggiare senza destare l'attenzione di alcuno, sicuri di ottenere l'ospitalità dove l'avrebbero chiesta.
Infatti, dopo aver camminato tutto il giorno, verso sera sentendosi stanchi ed affamati, suonarono per chiedere asilo al cancello di un'elegante palazzina, circondata da siepi di bambù intrecciati in modo da formare una cinta graziosa e pittoresca.
La palazzina si trovava in aperta campagna ed isolata.
Al suono del campanello, rispose dapprima un grido singolare, come l'ululato di un uccello notturno; poi un domestico in cravattone bianco ed abito nero, il cui volto ricordava quello del gufo, si avanzò verso il cancello, chiedendo:
— Chi va là?
— Siamo due poveri pellegrini che cerchiamo alloggio per la notte, — rispose Falco.
Il domestico spalancò il cancello.
— Entrate, entrate: la mia padrona è molto buona: non ricusa l'ospitalità ad alcuno. —
Egli fece attraversare ai due pellegrini un giardino pieno di fiori e salire una gradinata di marmo. Allora essi si trovarono in un vestibolo decorato con un lusso orientale, come il vestibolo di un palazzo incantato.
Il domestico mostrò una porta a destra dicendo:
— Questo è l'appartamento destinato ai forestieri di passaggio: voi troverete in esso quanto vi abbisogna; quando vorrete ripartire, non avrete che premere il bottone uguale a questo che si trova dall'altra parte, e la porta si aprirà. —
In ciò dire schiacciò un bottone elettrico e la porta si spalancò, mostrando una fila di stanze, splendidamente addobbate ed illuminate.
— È troppo per noi, — disse Falco — che ci accontentiamo anche di una modesta cameretta.
— Io non faccio che eseguire gli ordini della mia padrona.
— Non potremmo noi ringraziarla della sua generosa ospitalità?
— La mia padrona non si lascia mai vedere da alcuno, né vuole ringraziamenti. Procurate di passare una buona notte, e di uscire come siete entrati. —
Dopo queste singolari parole, il domestico si ritirò, la porta si richiuse, ed a Falco e a Topolina non restò altro da fare che visitare l'appartamento a loro destinato.
Un appartamento veramente delizioso. Vi erano due camere da letto, due spogliatoi, un salotto da pranzo dove stava imbandita una cena di cibi squisiti, freddi, con due coperti, quasi essi fossero aspettati; una libreria, un salotto da fumare...
I mobili erano ricchissimi, le tappezzerie di seta, i piedi affondavano nei tappeti, la luce proveniva da lampade d'argento graziosamente velate.
— Mi sembra di sognare! — disse Falco. — A chi mai apparterrà questa sontuosa abitazione?
— Non hai sentito, il domestico? — esclamò Topolina. — Una signora è la padrona del palazzo, ma non vuole lasciarsi vedere da alcuno, né desidera ringraziamenti di sorta. Dobbiamo rispettare la sua volontà, non mostrarci curiosi. —
Falco non era dello stesso parere: quel mistero lo turbava ed avrebbe voluto chiarirlo.
Tuttavia si guardò bene dal dimostrare la sua curiosità a Topolina alla quale, anzi, disse:
— Hai ragione; intanto ceniamo, perché a dir la verità, ho molto appetito.
— Anch'io. —
I due giovinetti si posero a tavola e dettero un vigoroso assalto al prosciutto, alla galantina, al pasticcio di selvaggina e bevettero con delizia il vino bianco delle anfore d'argento.
— Oh, la buona signora! Quanto dobbiamo esserle grati! — disse Topolina.
— Vorrei sapere se è giovane o vecchia, — osservò Falco.
— Comunque sia, è molto generosa; ella avrà spesso le benedizioni dei poveri viaggiatori che, stanchi ed affamati, invocano la sua ospitalità.
— È mai possibile che nessuno abbia tentato di conoscerla?
— A quale scopo? Se l'avessero fatto, sarebbero stati assai colpevoli: avrebbero ricambiato in modo indegno la sua beneficenza. —
Falco scrollò le spalle senza rispondere.
Topolina sentendosi assai stanca, si ritirò in una delle camere da letto, sdraiandosi vestita, e non tardò a addormentarsi profondamente.
Falco, che aveva finito egli pure col coricarsi, dopo poco, divorato dalla curiosità, si alzò e, certo che Topolina non l'avrebbe trattenuto perché non poteva sentirlo, lasciò pian piano la sua camera ed entrò nel salotto da fumare, unica stanza in cui avesse veduto una finestra, che doveva dare in un cortile interno.
Infatti, quando l'ebbe con ogni precauzione aperta, scoprì uno spazio circolare adorno dei più vaghi e fantastici fiori, nel cui mezzo era una fontana zampillante. Al tempo stesso gli pervenne all'orecchio il suono di una musica dolcissima, soave, ai cui accordi univasi una strana melodia che aveva una certa somiglianza col miagolio dei gatti. Donde veniva quella musica? Falco non sapeva farsene un'idea; ma la sua curiosità diveniva febbrile. Senza pensare ai pericoli che poteva correre, scavalcò immediatamente il davanzale della finestra e si trovò nel cortile fiorito.
La palazzina da quella parte non aveva porte, ma soltanto finestre al piano terreno solidamente chiuse, mentre al primo piano, a balconcini, tutte le persiane e vetrate erano spalancate e le stanze scintillavano di viva luce. I suoni e il miagolio venivano da quella parte. Le piante rampicanti che tappezzavano le mura del palazzo, erano tenute da un'armatura di fili di ferro. Falco che aveva un'agilità da scimmia, si arrampicò per quell'armatura e giunse ad aggrapparsi ad un balcone. Allora ne scavalcò con facilità la ringhiera ed ivi giunto potè distinguere tutto ciò che avveniva nell'interno di quella stanza.
Vide un vasto salone, decorato con lusso orientale. In questo salone sorgeva una specie di trono su cui sedeva la più bella gatta bianca che il giovinetto avesse mai veduta, e tutto all'intorno i sedili erano occupati da gatti gialli o neri. Non vi erano più che due sedili vuoti. La musica proveniva da un'orchestra invisibile e accompagnava il miagolio sommesso di tutti quegli animali.
— Ah, come vorrei che Topolina fosse qui, — pensava Falco, sorpreso da quello spettacolo. — Chi sa quanto si divertirebbe! La gatta bianca è forse la padrona di casa, colei che ci concesse l'ospitalità? 
Mentre così pensava, si sollevò una portiera di raso, e comparvero due altri gatti, uno nero e uno giallo, che andarono a porsi sui sedili vuoti, dopo aver pronunziato, passando dinanzi al trono, queste parole:
— Buona sera, Regina bianca.
— Buona sera, — rispose la gatta, che sembrava una grossa pallottola di neve. — Come mai tardaste tanto?
— Ho corso un grave pericolo, mentre stavo per uscire di casa, — disse il gatto nero. — La serva, che credevo a letto addormentata era scesa invece nel cortile per discorrere con un innamorato, e mentre passavo loro vicino per venire a questa volta, l'uomo mi lanciò un calcio così forte, che mi mandò a sbattere contro il muro e non so come non sia rimasto schiacciato: sono ancora tutto dolente. Ma domani Caterina ne riceverà il meritato castigo.
— Ed a me non riusciva di fare addormentare mio marito, — aggiunse la gatta gialla. — Adesso, però, non si sveglierebbe neppure a cannonate.
— Bene; adesso che ci siamo tutti, vi darò una notizia consolante, — esclamò la Regina. — Abbiamo in trappola due nuovi grossi topi che erano diretti alla fata Gusmara. —
Tutti i gatti miagolarono con soddisfazione, passandosi la zampa sul muso.
— Viva la nostra Regina! — gridò il più grosso dei gatti neri, mentre una delle gatte gialle chiedeva:
— Come avete potuto far doppia caccia? È tenera?
— Tenerissima, — rispose la Regina. — Ero già stata prevenuta del passaggio di questa per noi preziosa selvaggina dalla nostra alleata Vezzosa. Fu teso il laccio e i due ingenui v'incapparono senza accorgersene. Erano stanchi, affamati, e trovando ospitalità, cortesia e sicuri di partirsene alla luce del giorno come ieri sera sono entrati, dormono i loro sonni tranquilli.
— Lasciamoli dormire: il riposo è necessario. Intanto noi daremo l'assalto al buon arrosto preso l'altra sera e che pur lui aveva l'ardire temerario di recarsi dalla fata Gusmara, — disse uno dei gatti neri.
La gatta bianca batté le zampine e Falco vide con sorpresa, al posto dei gatti, giovani ben fatti e donne bellissime in eleganti acconciature. La Regina, vestita di raso bianco, con un diadema di brillanti, era la più bella di tutte. Al tempo stesso sorse dal pavimento una tavola imbandita sulla quale il ragazzo vide con orrore un corpo umano, infilzato in uno spiedo.
Tutti quegli uomini e donne si gettarono avidamente su quel mostruoso pasto, contendendosene i pezzi, mentre gridavano:
— Così finiscono i protetti della fata Gusmara. —
Mancò poco che Falco si tradisse con un grido: la sua commozione, il suo spavento erano al colmo. Comprese come la stessa sorte toccata all'uomo che quelle ingorde bocche divoravano con grande esultanza, sarebbe toccata a lui ed a Topolina, se non riuscessero a svignarsela. L'ospitalità di quella padrona di casa che doveva essere una strega o piuttosto la Regina dei vampiri, veniva pagata ben cara dai disgraziati che transitando da quella parte venivano ivi accolti. Non vi era tempo da perdere, se volevano salvarsi. Bisognava approfittare di quell'ora di baldoria della strega, per fuggire.
Falco scavalcò di nuovo la ringhiera del balcone e senza far rumore, attaccandosi all'armatura dei fili di ferro, ridiscese in cortile e si affrettò a rientrare nell'appartamento destinato agli incauti che chiedevano asilo alla casa della strega. A Falco venne improvvisamente l'idea di svegliare Topolina per rivelarle la spaventevole scoperta e indurla a fuggire. Entrato nella stanza di lei, con sorpresa e sgomento ne vide il letto vuoto.
— Topolina, Topolina! — chiamò con voce soffocata, ansiosa.
— Sono qui, — rispose la fanciulla sbucando di sotto il letto. — Se sapessi che cosa ho scoperto? 
Falco sentì di nuovo un brivido percorrergli le ossa.
— Che cosa? — balbettò.
— Dormivo tranquillamente, quando sentii come un soffio passarmi sul viso. Mi svegliai di soprassalto e fui in tempo a vedere un gufo balzare a terra e fuggire sotto il letto. Scesi per afferrarlo, ma più presto di me sparì per una botola, che rimase aperta. Io sono coraggiosa, lo sai: quindi non posi tempo in mezzo. Presi un candeliere acceso e scesi una scaletta che pareva sprofondare sotto terra. Arrivata al piano, fui sorpresa di trovarmi in una stanza, ove sono abiti da uomo e donna di tutte le grandezze e dimensioni: un vero magazzino. In un angolo il gufo mi guardava con occhi lucenti, dilatati.
— In nome della possente fata Gusmara, — esclamai — dimmi chi sei, che volevi da me ed a chi appartengono queste spoglie. — Il gufo roteava gli occhi in modo spaventevole, senza rispondere.
Io aggiunsi con voce ferma:
— Parla, sciagurato! Sono una protetta della fata Gusmara e ti ho riconosciuto: tu non sei un gufo, sei un uomo; ma gufo resterai sempre, se non mi obbedirai.
— Obbedisci! — tuonò un'altra voce, che non riconobbi.
— Parlerò, parlerò, — disse allora il gufo — è vero, io sono un uomo, lo schiavo della strega che abita in questo palazzo e cambio la mia forma ogni volta che giunga una preda e io debba compiere un delitto. Stanotte toccava a voi; non trovando tuo fratello nel letto, incominciavo da te; però ti svegliasti, mi seguisti ed eccomi nelle tue mani. Queste spoglie appartengono a coloro che furono qui di passaggio per recarsi dalla fata Gusmara. Essi vennero tutti divorati.
— Lo so, — interruppe in quel punto Falco.
— Come lo sai? — chiese Topolina.
In due parole Falco raccontò l'orribile scena alla quale aveva assistito ed aggiunse che bisognava fuggir subito se non volevano seguire la sorte dei disgraziati, che prima di loro avevano chiesto ospitalità in quel luogo.
— Scendi con me, cambieremo d'abiti e il gufo ci aiuterà ad uscir di qui, — disse Topolina.
— Dobbiamo fidarci di lui? — domandò Falco.
— Sì, perché è sicuro di non poter lottare contro i protetti della fata Gusmara, adesso che abbiamo scoperto tutto.
— È per merito tuo, perché io sono indegno della protezione della Fata.
— Cercherai di riacquistarla, seguendo i miei consigli: vieni. —
Scesero nella stanza sotterranea, e Falco scòrse subito il gufo che non si era mosso dal suo posto; ma appena vide Topolina, le disse:
— Conducete anche me fuori di qui, perché la strega non mi perdonerà il mio tradimento.
— Tu puoi uscire quanto ti piace, — esclamò severamente Topolina — e noi non vogliamo la tua compagnia. Ma se tu non mi obbedirai, se non c'indichi il mezzo d'uscire, gufo sei e gufo resterai!
— No, no: obbedisco.
— Allora, Falco, sbrighiamoci a cambiare abiti. —
Scelsero entrambi due costumi da montanari, che parevano fatti appositamente per loro. Topolina non era mai parsa così graziosa come in quegli abiti maschili.
Il gufo la guardava con occhi feroci; ma la fanciulla fingeva di non accorgersene. Quando furono abbigliati:
— Orsù, — disse — in nome della fata Gusmara insegnaci la strada, e guai a te se ci tradisci od avverti qualcuno!
— Seguitemi, — brontolò il gufo.
Li ricondusse di sopra e li fece passare per la porta e per il giardino che già avevano attraversato.
Poi che furono al di fuori del cancello, Topolina si volse sorridendo al gufo, dicendogli:
— Vedi che siamo usciti nella stessa guisa che siamo entrati, ma tu non ci seguirai né riprenderai le sembianze umane, fino a quando la tua padrona continuerà a mieter vittime fra coloro che si recano dalla fata Gusmara. —
E senza aggiunger altro, i due giovinetti si allontanarono in fretta.
— Da qual parte dovremo dirigerci per recarci al regno della fata Gusmara? — chiese Falco dopo un breve silenzio.
— Io non ne so più di te, — rispose Topolina — ma siccome abbiamo oltrepassato i regni nemici, chiunque nel quale c'imbatteremo, c'indicherà la strada.
— Ormai i sette capelli d'oro della Fata non ci sfuggiranno più, — soggiunse Falco tutto allegro — ed io potrò avere in mio potere Tea, vederla umiliata innanzi a me, ottenerne l'amore.
— Quanto sei sciocco! — disse Topolina con accento di disprezzo, crollando la testina intelligente.       — Tea potrà piegare innanzi a te per timore, ma il suo cuore non si commuoverà: non potrà che odiarti.
— Tu parli per invidia! — esclamò Falco.
— Non mi conosci ancora! — soggiunse Topolina, scotendo il capo.
Né aggiunse altro.
La notte era bella, ma la strada che percorrevano assai malagevole; né incontravano anima viva.
Soltanto sul far del giorno, scorsero un vecchio curvo, che veniva verso loro.
— Ecco un uomo che ci darà qualche indicazione, — esclamò Falco facendosi innanzi per fermarlo.
E rivolto a colui domandò:
— Buon vecchio, sapreste dirmi ove si trova il regno della possente fata Gusmara? —
Il buon vecchio squadrò con occhi torbidi i due fanciulli, poi sogghignò:
— La via non è breve, né facile per arrivarci, — disse. — Dovete traversare ancora boschi, pianure; poi trovare il mezzo di salire la montagna altissima, al cui sommo risiede il suo palazzo di cristallo che domina tutto il mondo.
— Oh, il mezzo lo troveremo! — esclamò con fatuità Falco. — Ma dovremo camminare ancora molti giorni per giungere ai piedi della montagna?
— Colle vostre gambe, non basterà un mese, — replicò il vecchio. — Ma posso darvi un consiglio.
— Sentiamo.
— A metà della Valle del dolore che vedete laggiù, dov'è quel punto rosso luminoso, troverete una vecchia, la sola che può insegnarvi la maniera di accorciare la strada. E perché siate ben accolti, dite che vi manda da lei papà Buricchio, che sono io: non lo dimenticate. Addio.
— Addio e grazie, — disse Falco.
I due giovinetti si rimisero in cammino, ma dopo poco essendosi voltati, non scorsero più sulla strada alcun indizio del vecchio.
Topolina, che era rimasta sempre silenziosa, prese la parola.
— Io non mi fido di costui, — disse.
— Perché?
— Ha lo sguardo falso, il sorriso cattivo. Invece di recarci a quella valle, ti proporrei di attendere il giorno seduti su quella riva ed interrogare qualcun altro, perché c'indichi un'altra strada.
— E perdere così un tempo prezioso, — interruppe impazientito Falco. — Fermati se tu vuoi: io vado.
— Ho voluto avvertirti; ma giacché ti ostini, andiamo.
Appena ebbero messo il piede nella Valle del dolore, i due fanciulli sentirono come dei gemiti prolungati venir di sotterra ed una voce gridare:
— Chi viene a calpestare le mie creature? Chi si permette di turbare quelli che soffrono? —
E mentre Falco e Topolina ristavano spaventati, non avendo più il coraggio di andare innanzi, videro un lume rosso muoversi, avanzarsi; udirono un urlo gutturale, acuto, scoppiettante. E tosto dinanzi a loro si drizzò una vecchia alta, robusta, dal viso grifagno, che si appoggiava ad un bastone nero e pesante, su cui tremolava il lume rosso.
— Chi siete voi? Che cosa venite a fare nella Valle del dolore?
— Ci ha mandati qui papà Buricchio, — rispose tremando Falco — perché c'indichiate la via più breve per recarci al monte, dalla fata Gusmara.
— Ah, ah, Buricchio vi ha detto ciò? — sghignazzò la vecchia. — E voi l'avete creduto? Sappiate che chi entra nella Valle del dolore, non ne esce più, e neppure la fata Gusmara potrà ritrarvene. —
Batté il bastone a terra, e si aprì tosto una larga buca, da cui uscirono alcuni gnomi dalla figura spaventevole.
— Prendete questi due intrusi e attaccateli alle macine, — disse la vecchia.
Falco e Topolina si sentirono tosto afferrati per le braccia, trascinati dentro la buca, senza che potessero opporre resistenza.
Falco si rimproverava di non aver dato retta alla buona creatura che egli stesso aveva condotta in quel luogo e la chiamò a più riprese:
— Topolina, Topolina! —
La fanciulla non rispose.
Intanto, da una profonda oscurità, si trovarono abbagliati da una vivissima luce rossa, ed in mezzo a quei bagliori, che parevano di sangue, videro delle figure indistinte, che sembravano roteare velocemente nello spazio, mandando strazievoli lamenti di agonia. Forse erano quei lamenti stessi che percossero i loro orecchi quando posero il piede nella valle.
— Eccone due altri per la ruota, — gridò una voce.
Falco e Topolina si sentirono attaccare ad una immensa ruota, ai cui raggi erano avvinti altri corpi umani e seguirono anch'essi quella ridda vertiginosa, che ammaccava le loro membra, faceva battere le loro teste contro degli spigoli sporgenti producendo un dolore acuto, lacerante, strappando dalle loro labbra, urli d'angoscia e di disperazione.
— Oh, perché non ti ho dato retta, Topolina? — ripeteva Falco fra gli spasimi, singhiozzando. — Oh, possente fata Gusmara, abbiate almeno pietà di lei. Io merito tanto dolore, ma Topolina no, perché è buona, innocente. —
Topolina che udiva i lamenti del fratello e senza distinguerne le parole per il rumore assordante che in quell'ambiente infernale regnava, sentiva stringersi il cuore ed aveva il dolce viso bagnato di lacrime.
Falco continuava:
— No, essa non merita un supplizio così crudele, come forse non lo meritano gli infelici che sono con noi. Che cosa hanno fatto? —
Una voce gridò:
— Sono stati tutti disobbedienti e la strega li ha puniti. Hanno cercato essi stessi il dolore ed il dolore non li lascerà più; soffriranno così per l'eternità, senza che alcuno possa liberarli.
— Ma Topolina è innocente e buona; grazia, pietà per lei!
Non aveva finito di pronunziare queste parole, che sentì una scossa più violenta al capo, vide tutto buio intorno a sé, e si svenne in un grido.
Quando riaprì gli occhi, si trovò sul margine di un fosso fiorito con Topolina presso lui, che gli bagnava con una pezzuola la fronte ferita.
— Dove siamo? — mormorò Falco che tentò invano di sollevarsi. — Ho forse sognato, oppure ci trovavamo insieme in quell'orrido sotterraneo, fra quelle fiamme, attaccati ad una ruota infernale?
— Sì, è così, — rispose Topolina. — Non hai sognato, Falco; ma il buon genio ha ascoltato la tua preghiera e ci ha tratti entrambi dalla Valle del dolore. Però tu sei ferito alla fronte, hai perduto del sangue, sei debole, hai bisogno di riposo.
— Mi sembra proprio che le forze mi abbandonino e si avvicini la morte.
— No, non parlare in tal guisa, fatti coraggio; fra poco potremo riprendere il nostro cammino.
— No, non voglio morire prima di aver conquistati i sette capelli d'oro della fata Gusmara, e di aver avuto nelle mie mani Tea. Ahi, non ne posso più! —
Chiuse gli occhi e si addormentò.
Il visino di Topolina si era fatto triste.
— Egli non pensa che a lei, — mormorò. — Se almeno ella potesse renderlo felice! Falco non si è curato di sapere come siamo usciti dalla Valle del dolore, né io posso rivelargli che tenevo ancora la ghianda della gazza. Sono riuscita a spezzarla coi denti e ne uscì un genio che ci strappò da quell'orribile antro e ci trasportò qui. Ma la vecchia strega, non potendo inseguirci, ci tirò con forza una pietra che colse Falco. Ora non ho più altra risorsa, se incontrassimo qualche nuovo pericolo! Tuttavia, non voglio perdermi di coraggio; la buona Fata vede le mie intenzioni e mi verrà in aiuto. —
Falco dormiva colla testa poggiata sulle ginocchia della sorellina. Essi indossavano tuttora i vestiti da montanari che però si erano strappati in più punti.
Si trovavano in un vastissimo prato, fiorito di violette: il margine del fosso ne era folto. Alcuni ragazzi si avvicinarono per coglierne, guardando con curiosità Topolina e il suo compagno con la fronte bendata, che dormiva.
— Che fate qui? — chiese uno di essi.
— Ci riposiamo un istante, — rispose Topolina.
— Ma il tuo compagno è ferito.
— È caduto e ha battuto il capo su una pietra.
— Perché non andate dalla mamma Nana, che ha una pomata che guarisce tutte le ferite?
— Chi è la mamma Nana? — chiese Topolina.
— È la padrona di questo bel prato, una buona donnina che vuol bene ai ragazzi e permette loro di giocar qui e cogliere le sue violette; se volete vi conduciamo da lei.
— Mio fratello non può muoversi, ed io temo che lo svegliarlo gli nuoccia.
— Andremo ad avvertire Nana. —
Ed i fanciulli corsero via.
Topolina guardò dietro loro con riconoscenza, animata da una viva speranza.
Poco dopo vide giungere in mezzo ai fanciulli una vecchietta arzilla, con un visino così ridente, incorniciato dai capelli bianchi, da ispirare simpatia al primo vederla.
Essa teneva nelle mani un vasetto e quando fu vicina ai due ragazzi, stette un istante a guardarli meravigliata.
Poi disse a Topolina:
— Come mai indossi vesti da uomo?
Ella divenne rossa, tremò.
— Non aver paura, — proseguì la vecchia — non voglio farti del male. Soltanto, dimmi la verità.
— Indosso questi abiti, — rispose Topolina — per poter accompagnare mio fratello, senza essere osservata. —
Nana si chinò su Falco, gli tolse il fazzoletto dalla fronte, l'osservò.
— La ferita non è grave, è vero? — chiese con angoscia Topolina.
Nana sorrise.
— Se anche lo fosse, non mi spaventerei, — rispose. — Questa pomata basterà a sanarla. —
Così dicendo ne spalmò la fronte del dormente, che aprì subito gli occhi, mormorando:
— Come mi fa bene! Che freschezza! —
Poi, sollevandosi, esclamò con gioia:
— Topolina!
— Falco!
— Sono guarito.
— Non lo devi a me, ma a questa buona signora ed ai ragazzi che l'hanno condotta qui. —
Falco aveva riacquistato la lucidità dell'intelligenza.
— Grazie, grazie a tutti! — esclamò. — Ma dove siamo noi?
— Nel mio prato, — rispose Nana — dove potete cogliere quante violette desiderate.
— Vorrei piuttosto un pezzo di pane, — esclamò Falco. — Ho tanta fame.
— Venite con me, — disse Nana sorridendo. — E voi, ragazzi, prendete le violette, poi recatevi subito a casa, e domattina chi avrà studiato bene, al posto dei fiori, troverà dei palloncini dorati. —
I ragazzi batterono le mani dalla gioia.
Falco e Topolina seguirono Nana che, dopo averli fatti attraversare il prato, entrò in un viale, nel cui fondo era una casetta nascosta fra cespugli di rose, tanto che pareva la casa di una bambola.
Topolina potè entrarvi comodamente; ma Falco dové chinare il capo per oltrepassare la soglia. E penetrati nell'interno egli toccava colla testa il soffitto.
Ma era così carina quella stanza, dalle pareti coperte di uno stucco candido, lucido, i mobili di porcellana bianca!
Nana batté con una bacchetta dorata sulla piccola tavola e questa si trovò tosto apparecchiata, con tre piatti: i piatti erano d'oro e pieni di vivande squisite; nelle bottiglie di purissimo cristallo scintillavano vini prelibati.
— Sedete, figliuoli miei; mangiate e bevete, — disse Nana ponendosi in mezzo ad entrambi. — Io vi aspettavo.
— Ci aspettavate? — chiese stupita Topolina che più guardava Nana più si sentiva attirata verso di lei, e le sembrava di aver veduto altre volte quegli occhi così vivaci e persino udito il suo della sua voce.
— Sì, — rispose la donnetta — sapevo che sareste passati di qui per recarvi dalla fata Gusmara.
— Siete voi dunque una sua alleata?
— Sono la più umile delle sue ancelle, e mi ha posta qui perché io venga in aiuto ai buoni e renda felici i fanciulli che l'obbediscono.
— Quand'è così, — proruppe Falco cogli occhi raggianti — noi non abbiamo più nulla da temere, perché verrete in aiuto anche a noi, c'indicherete la strada più breve per giungere dalla Fata possente, che deve darci i sette capelli d'oro, i quali ci siamo pur guadagnati.
— Sei tu proprio sicuro di meritarli? — chiese Nana.
— Lo credo, — esclamò Falco con spavalderia — ne ho passati abbastanza dei pericoli per avere il diritto di possederli!
— E la tua sorellina?
— Oh, essa non conta; ha voluto seguirmi senza che ce ne fosse bisogno. Anzi, per cagion sua, ho prolungato il viaggio; perché, se fossi stato solo, sarei passato inosservato per i regni nemici della Fata, né ci sarebbero accadute tante peripezie. Basta: ora che sono per raggiungere la meta non mi curo del passato, né voglio fare dei rimproveri. —
Topolina si guardava bene dall'interrompere il fratello e Nana stessa rimaneva silenziosa. Se Falco l'avesse osservata bene, avrebbe veduto i suoi occhi fissarlo con corruccio, mentre la bocca le si contraeva in un sorriso di disprezzo.
Ma Falco mentre parlava, non si occupava che di mangiare e bere senza temperanza.
— Partiremo subito appena soddisfatto, l'appetito.
— No, tu andrai prima a riposare, — rispose Nana — perché ne hai bisogno: intanto io farò i preparativi per la partenza, perché vi accompagno.
— Oh, che piacere! — esclamò Topolina. — Grazie, buona Nana, grazie. —
Falco non provava l'entusiasmo della sorellina per quella compagnia; tuttavia balbettò egli pure una parola di ringraziamento.
Non aveva però tanta voglia di recarsi a riposare, premendogli di partire per giungere al più presto al regno della fata Gusmara.
Ma quando ebbe trangugiato un dito di liquore color dell'ambra, sentì le palpebre gravarsi e piegò il capo sulla tavola, addormentandosi.
Allora Nana batté le mani e comparvero immediatamente quattro moretti cresputi, ai quali disse, additando Falco:
— Prendetelo e portatelo sul mio letto. —
E mentre essi obbedivano, toccò di nuovo la tavola col bastoncino e in un attimo fu sparecchiato.
— Ora che siamo sole, — disse Nana a Topolina — vieni a sedere qui vicina a me e guardami, guardami bene: non mi riconosci? —
La fanciulla era confusa.
— No, — rispose — eppure il cuore mi dice che non è la prima volta che vi vedo; la vostra voce mi commuove e credo che i vostri sguardi mi abbiano fissata così dolcemente altre volte.
— Cara Topolina! —
Allora Nana disparve e al suo posto comparve una piccola marmotta, bianca come la neve.
Topolina mandò un grido di gioia delirante.
— Zor, Zor, sei tu?
— Sono io stessa, — rispose la marmotta, che arrampicatasi sulle spalle di Topolina fregò il suo musetto contro quello di lei — dammi un bacio, poi riprenderò le mie vere sembianze. —
La marmotta disparve e la fanciulla si trovò di nuovo vicina la Nana.
— Siete proprio voi, Zor?
— Sì, carina, ma continua a darmi del tu, come facevi colla marmotta, che ti amava tanto. La fata Gusmara mi aveva fatto prendere quella forma, perché potessi seguirti ed assisterti. Avrei voluto restare presso di te fino ad ora, ma avevo ordini precisi, cui non potevo trasgredire. Quando tornai dalla Fata, essa mi confessò che non era molto contenta di me e neppure di te, perché ci siamo mostrate spesso deboli con Falco e disse che avremmo dovuto lasciarlo agire da solo. Io le dimostrai che, se fosse accaduta sventura al tuo fratellino, tu non gli saresti sopravvissuta; e per amor tuo, ha consentito che i buoni geni gli venissero in aiuto. Ma come vedi, Falco è sempre lo stesso ingrato; adesso che crede di non aver più nulla da temere, ti disconosce.
— Perché egli ragiona più spesso col cervello che col cuore, — rispose con dolcezza Topolina. — Oh, gli perdono volentieri!
— Tu sei la più buona creaturina che conosca; ma non è giusto che egli abbia a trionfare di ciò che è opera tua e che a te sola spetta.
— Che vuoi dire?
— Quando saremo giunte al regno della Fata, lo saprai.
— Spero che essa non voglia fare del male a Falco, — disse con angoscia Topolina.
— Oh, questo no! La fata Gusmara è incapace di una cattiveria, come di un’ingiustizia. Adesso raccontami ciò che ti è successo da quando ti ho lasciata. —
Topolina obbedì con piacere e non le nascose che ormai, avendo adoperato anche l’ultimo talismano datole dalla gazza, si credeva abbandonata da tutti e nell’impossibilità di conseguire la meta prefissa.
— I buoni geni vegliavano su te, — disse Nana — perché sapesti tenere il segreto, e mi avvertirono che ti saresti trovata nel mio prato. Ricordati poi la promessa che ti avevo fatto, di condurti io stessa al trono della Fata.
— Oh, è vero, Zor, mia buona Zor! —
La fanciulla si sentiva ormai sicura, felice sotto quella protezione.
— Sento di volerti bene come se tu fossi la mia mamma o sorella, — disse. — E quando Falco si troverà potente, ricco, felice, io ti chiederò il permesso di venire a vivere presso di te, in questa ridente casetta, per dedicarmi anch'io ai fanciulli buoni ed agli infelici, che potessero aver bisogno di me. —
Zor l’abbracciò.
— Cara Topolina! La fata Gusmara ti ha assegnato un altro posto nel mondo, ma io le chiederò la grazia di non dividermi da te. Ed ora tu pure riposa, bimba mia cara, perché il viaggio che dovremo intraprendere è ancora assai lungo e avrai bisogno di tutta la tua energia. —
La fanciulla sorrise e sdraiatasi presso Nana, con la testa poggiata al petto di lei si addormentò sicura e beata!

Da "I sette capelli della fata Gusmara" di Carolina Invernizio
tratto da: intratext.com


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