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Attraverso i regni nemici (capitolo 11)


Nel regno della Vanità già era noto che Topolina doveva giungere, e la regina Vezzosa, ricordando il modo con cui aveva trattato i due protetti della fata Gusmara, smaniava in preda ad un inesprimibile terrore. Vezzosa convocò tosto i dignitari del regno; e venne stabilito che il popolo avrebbe fatto atto di sottomissione per placare la collera di colei che certo giungeva per vendicarsi, e che aveva virtù di distruggerli tutti. Quando il cocchio recante Topolina ed i suoi compagni apparve alla porta della città, una vera processione di uomini e di donne, con a capo la Regina e tutti i notabili del paese, gli andò incontro. Tutti le s'inchinarono con la fronte a terra in segno di sottomissione.

— Alzatevi, — disse Topolina con la sua bella e melodica voce — io non sono qui per farvi del male, ma col solo intento di rendere il vostro regno migliore, cambiare la vostra vanità con la modestia, il vostro desiderio di ostentarvi con quello di lavorare. —

Si udì un mormorio di malcontento; la regina Vezzosa fece una smorfia, e accanto a lei il principe Beccafico sussurrò:

— Oh, potessi con la mia spada fatata recidere il collo di Topolina e quello di suo fratello! —

La fanciulla aveva letto nel pensiero del Principe; della Regina e di quel popolo vanitoso. Tuttavia continuò:

— Che soddisfazione potete provare passando il vostro tempo nell'adornarvi, nel far pompa di abiti e gioielli, nell'opprimere e vincere i più deboli di voi, nel sognare il male? La vostra ambizione dovrebbe soltanto derivare dalla serena coscienza, dai doni impartiti dalla natura, dalla bellezza del vostro orizzonte. Non siete persuasi? Lo sarete più tardi. Intanto io cambierò una parte di quelle inutili, civettuole palazzine, in opifici, in conventi, in chiese, in ospedali; i vostri gioielli serviranno alle spese di questi ricoveri e di case operaie e ad erigere una statua alla fata Gusmara, cui dovete adorazione ed obbedienza. —

La regina Vezzosa fremeva di collera, di sdegno.

— Non rinunzierò ai miei gioielli io, né ad alcuno dei privilegi dovuti alla mia bellezza, — esclamò — né credo che il vostro potere si estenda fino a toglierci tutti i nostri tesori, i nostri diritti.
— È vero, è vero, — proruppero con immenso clamore gli altri, mentre Beccafico roteava minacciosamente la spada fatata.

Topolina ebbe un sorriso superbo.

— Ciò che ho stabilito non cambio, — esclamò. — Tu, regina Vezzosa, sarai punita dalla tua vanità con la perdita della bellezza che riacquisterai solo il giorno in cui avrai compreso che i suoi privilegi hanno breve durata; tu, principe Beccafico, renderai quella spada che rubasti a Falco, e prenderai la forma del gatto nero che fu tuo complice nelle menzogne e nei tradimenti. Infine, voi tutti, ribelli al potere della fata Gusmara, sarete condannati ai più duri lavori, finché la Fata stessa, veduto il vostro pentimento, commossa dalle vostre preghiere, vi perdoni. Ho detto. —

In un istante i suoi ordini si compierono. La regina Vezzosa assunse un tale aspetto ripugnante, che tutti si allontanarono da lei; la spada del Principe passò da se stessa nelle mani di Falco, e Beccafico, trasformato in gatto nero, fuggì mandando lugubri miagolii. Il regno vano e civettuolo, scomparve per dar luogo ad una terra di lavoratori e di penitenti. E Topolina l'attraversò trionfante nel suo cocchio, mentre il popolo si prosternava umiliato, vergognoso, dinanzi a lei.

— Tu agisti da quella fanciulla assennata che sei — disse Zor a Topolina quando furono lontani. — Vedrai che fra qualche anno quel popolo vano risorgerà rigenerato dal lavoro, e la Regina troverà le sue gioie nella conquista della modestia e della virtù, che la faranno assai più stimare della sua bellezza.
— Io, al tuo posto, — osservò Falco alla fanciulla — avrei raso fino al suolo non solo il regno, ma i suoi abitanti, non dimenticando il tiro giocato a noi: la prigione nella quale eravamo condannati a morire di fame.
— Non desidero la distruzione di alcuno, ma il loro pentimento; non anelo alla vendetta, ma al perdono. —

Falco ebbe un sorriso beffardo.

— Intanto, — disse — volendo tu trasformare i regni nemici della fata Gusmara in regni a lei devoti, apri la via ai conquistatori dei sette capelli d'oro, che non avranno più pericoli da superare, né tentazioni da vincere. 

Topolina scosse il grazioso capo

— Essi giungeranno alla conquista, — rispose, e sorrideva — attraversando le vie della virtù, imparando la modestia, l'onestà, il lavoro, non sottraendosi alle sofferenze, alla miseria, al dovere per giungere puri al trono della Fata.

— Brava Topolina! — esclamò Zor guardando con tenerezza ed ammirazione la bella e ardita fanciulla.

Falco si strinse nelle spalle e rimase silenzioso. Il cocchio continuava la sua marcia trionfale. Nel regno della Ricchezza, la prima cura di Topolina fu di trasformare Scorpietta, la deforme fanciulla, così piena di cuore, così generosa, in una giovinetta di meravigliosa bellezza, attraente e graziosa, destinandola in cuor suo al principino Belfiore. Ed indusse la Sovrana di quel regno a far distribuire parte delle enormi ricchezze fra alcuni Stati vicini che in cambio l'avrebbero fornito di ciò che mancava in industria e commercio, per non essere costretti a ricorrere a ladri camuffati da mercanti. E la Sovrana, che non era senza cuore, accettò tutte le proposte incondizionatamente e volle regalare a Topolina il meraviglioso brillante che era stato la cagione della morte della marmottina, che ella non riconobbe davvero sotto le spoglie di Nana, la compagna soave della fanciulla.

Nel regno della Baldoria, Topolina volle rimunerare il principino Belfiore, dandogli in sposa Scorpietta, che il giovane accettò con riconoscenza, tanto sul viso della Principessina risplendeva con la sovrumana bellezza la bontà dell'anima. Inoltre, Topolina affidò al principe Belfiore le redini del trono, purché egli con la sua saggezza ed onestà facesse cessare quelle baldorie scandalose, interminabili, che rendevano il regno fiacco, inetto e i sudditi vili ed istupiditi.

Nel regno del Capriccio, la Regina aveva finito con l'alienarsi le simpatie del paese per il suo carattere stravagante, falso, violento, e per il dispotismo con cui trattava i dipendenti; così, Topolina le tolse ogni potere ed offrì a Falco quel reame che era facile guidare, ridurre più assennato, riedificare sotto basi solide, serie.

— Mi darai col regno anche Tea in moglie? — chiese il giovinetto con accento quasi beffardo.

Topolina non si scompose, non impallidì.

— Sì, se ella ti vorrà, — rispose.
— Andiamo a chiederglielo, — soggiunse Falco.
— Prima ci recheremo ad abbracciare tuo padre, perché debbo mantenere la mia promessa di ricondurti a lui. —

Topolina lasciò il cocchio al principio della foresta e tenendosi stretta al braccio di Nana, seguite da Falco, s'incamminarono verso la capanna del vecchio taglialegna. Oh, come anche Falco si sentiva commosso in quel momento, percorrendo la diletta foresta, dove aveva aperto gli occhi alla luce, dove aveva trascorso un'infanzia così felice, ignara del male, non d'altro desideroso che d'essere il conforto del vecchio padre! Le sue memorie lo riportavano al giorno in cui aveva rinvenuto Topolina nel tronco dell'albero, la rivedeva piccina piccina, coi grandi occhi luminosi, ridenti. I suoi sguardi suo malgrado si posavano sulla bella fanciulla che camminava dinanzi a lui e sembrava che una voce gli sussurrasse:

— In lei sta il tuo avvenire, la tua felicità. Tu dovresti mettere la tua anima nelle sue manine infantili e Topolina saprebbe ben custodirla, renderla buona. —

Ma il ricordo improvviso di Tea, fece tacere quella voce.

— Voglio lei! Non sarà mai detto che mi abbia respinto, umiliato senza ch'io prenda la mia rivincita. —

A Topolina, trovandosi nella foresta, cadevano sul viso lacrime di tenerezza e di commozione. Una leggera aria impregnata dal profumo dei fiori, agitava le cime degli alberi che sembravano inchinarsi al suo passaggio. Le misteriose voci che l'avevano cullata da bimba si facevano di nuovo sentire.

— Benvenuta, benvenuta la nostra Regina, — dicevano.

Il merlo bianco, quel merlo che sempre l'aveva seguita nella foresta, scese verso di lei per darle il primo saluto.

— Brava Topolina! — le disse. — Io sono felice di esserti venuto in aiuto e di averti fatto conseguire i sette capelli d'oro della fata Gusmara. Tu sola li meritavi.
— Grazie, buon merlo, grazie. Ora chiedimi a tua volta ciò che vuoi, te lo darò.
— Desidero di riprendere la forma umana che un giorno avevo per dedicarmi al tuo servizio.
— E sia. —

Invece del merlo bianco apparve agli occhi stupefatti di Falco una fanciulla sulla primavera della vita, graziosa, disinvolta, che, inchinatasi dinanzi a Topolina, le baciò una mano.

— Seguimi, — disse questa sorridendo.

In quel momento si fece loro incontro il cinghiale.

— Ben tornata, Topolina, ben tornata, — disse. — Oh, come sono lieto di esserti anch'io riuscito utile, perché conquistassi il dono della fata Gusmara! Io sempre veglierò presso te, se mi renderai la mia forma umana!

— Tu sei esaudito. —

Al posto del cinghiale, comparve un bel giovane dal volto ardito, intelligente.

— Chi ti aveva trasformato in cinghiale? — chiese Falco.
— Una malvagia strega, — rispose il bel giovane — che voleva separarmi dalla mia fidanzata, la fanciulla che vedesti sotto la forma di merlo bianco. Noi fummo condannati a vivere in questa foresta senza poter avvicinarci; soltanto Topolina, la protetta della fata Gusmara, col possesso dei capelli d'oro, poteva farci riprendere la sembianza umana.

— E congiungervi per sempre, — rispose Topolina — perché viviate felici.
— E lo sarò anch'io, Topolina, se non mi scaccerai, — proruppe la gazza, venuta anch'ella un giorno in aiuto alla buona fanciulla.
— Oh, no, — rispose Topolina — tu non mi lascerai! E neanche gli altri, perché a tutti debbo il mio tesoro, ed io non sarei felice senza voi. In nome della fata Gusmara, tu leggiadra gazza, riprendi la forma che un giorno avesti. —

Ed un'altra bella fanciulla comparve. La sera stava per cadere. Il vecchio taglialegna si trovava seduto sulla soglia della capanna, triste, pensieroso pensando a suo figlio, a Topolina, chiedendosi se li avrebbe riveduti ancora, quando udì un rumore di passi e di voci... A un tratto si trovò stretto dalle braccia dei suoi figli.
Oh, quel momento di gioia, di ebbrezza gli fece dimenticare tutti i dolori passati!

— Falco, Topolina, non m'inganno, siete voi, proprio voi! Adesso posso morire felice.
— No, babbo caro, tu devi vivere ancora per noi, — esclamò Topolina, baciando la fronte rugosa del vecchio. — Vedi, che io ho mantenuto la mia promessa, ti ho ricondotto sano e salvo Falco. —

Il vecchio fissò il figlio con gli occhi umidi.

— E giungesti a conquistare i sette capelli d'oro della fata Gusmara? —

Un rossore di vergogna salì al volto di Falco.

— No, babbo, venne commessa una grande ingiustizia. La fata Gusmara ha trasmesso, col suo tesoro, il potere a Topolina che non ha fatto niente più di me, e che mi ha seguito soltanto per portarmi via quanto mi spettava di diritto.
— Ingrato, ingrato! — esclamò Nana. — Senza Topolina non saresti tornato più, né potevi avere accanto un'affezione più sincera e devota.
— Ingrato, ingrato! — dissero gli altri. — Senza Topolina non saremmo venuti in tuo aiuto, perché non lo meritavi, né saresti riuscito a sfuggire alle insidie, a difenderti dai nemici della fata Gusmara. —

Il vecchio taglialegna aveva giunto le mani e sollevava la fronte al cielo.

— Io ringrazio la buona Fata della sua scelta, — disse. — Nessuno più di Topolina meritava il dono fattole. Io le sarò eternamente riconoscente. —

Topolina si slanciò nelle sue braccia.

— Babbo, sono io che ti devo tutto, — disse con la sua dolcissima voce — e se ho accettato il potere è solo per rendermi utile a te ed a Falco.
— Buona e cara bimba!
— Intanto desidero che tu riprenda la forza e la salute. Il vecchio si raddrizzò, parve rinato: le sue guance si colorirono, gli occhi tornarono vivaci, il busto si eresse robusto e forte.
— Sento la vita scorrermi di nuovo nelle vene, — disse guardando teneramente Topolina. — Grazie, fanciulla mia, grazie. —

Ella ebbe un sorriso radiante.

— Ed ora voglio che tu possa passare la tua vecchiaia tranquilla, in una modesta agiatezza. Siccome conosco i tuoi costumi austeri e leggo nell'anima tua, io non ti farò erigere un palazzo al posto della capanna; ma una deliziosa casetta, dove le nostre vite, quella della mia Nana e di questi fedeli che non vogliono abbandonarmi, trascorreranno unite in un comune affetto, in uno stesso pensiero.

— E Falco? — chiese vivamente il taglialegna.
— Oh, egli desidera un trono, su cui regnare, — rispose Topolina — ed una superba fanciulla, alla quale possa offrire una corona da regina.
— Nessuno sarebbe più degno di te di averla, — osservò il vecchio. — E se Falco lo disconosce, è uno sciocco che rinnego come figlio.
— No, babbo, — disse Topolina con voce carezzevole — tu darai anzi il tuo consenso alla sua unione con Tea, che egli ama.
— Sì, l'amo, l'amo e l'avrò, — soggiunse con passione Falco.
— Sciocco, tre volte sciocco! — soggiunse il taglialegna. — Se tu avessi un po' di cervello e ti battesse in petto un cuor nobile e generoso, sapresti scegliere la fanciulla capace di renderti veramente felice.
— Ho fatto la mia scelta e non cambierò.
— Lascialo agire come crede, babbo, — disse Topolina con dolce autorità — saremo felici anche senza lui. 

Agitò il niveo braccio che aveva al polso il braccialetto di capelli d'oro e tosto una bella casetta apparve al luogo della capanna. La fanciulla si trovò seduta con Nana in una stanza deliziosa, intenta a lavorare presso il taglialegna.

— Babbo, — disse con dolcezza Topolina — mi racconti una di quelle storie di fate, che tanto mi commuovevano e facevano sognare da piccina? —

Da "I sette capelli della fata Gusmara" di Carolina Invernizio 
tratto da: intratext.com 


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