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L'uccello kankucho (fiaba buddista)


Nonna gabbiano abbassò di nuovo i suoi occhialetti sottili, lasciandoli penzolare sulle piume del petto, per poter guardare meglio le espressioni di chi l’aveva ascoltata. In tanti erano venuti a festeggiarla, per il suo novantesimo compleanno, e a sentirla leggere le sue storie.
Nonna gabbiana di storie ne conosceva a bizzeffe, della Cina e dell’India, del Giappone e dell’Uruguay. Parlavano di principi e dinastie, di castelli sommersi dagli oceani, di viaggi intorno al mondo. Eppure, non poteva farci niente: quella dell’uccello Kankucho era la sua preferita.
Lo capiva bene, lei, l’uccello Kankucho, anche se era una gabbiana nata in quest’isola in mezzo all’oceano e in teoria non doveva avere niente a che vedere con un uccello delle Montagne Nevose. Eppure ci si riconosceva alla perfezione. Riconosceva soprattutto quella sua antica indolenza di giovane gabbianella, quando le ore più calde del giorno, invece che ad allenarsi a inseguire le sardine – come le aveva insegnato sua madre – le passava a giocare con le scaglie di luce sul mare, immaginando che fossero pesci fantasma, che scomparivano non appena lei provava a prenderli con il becco. Poi però immancabilmente, al momento di andare a tavola, quando le sue sorelle, i fratelli e tutti i cugini mettevano sullo scoglio comune i pesci pescati per il pranzo, lei non aveva niente da offrire e ci rimaneva sempre molto male. E così ogni volta si riprometteva che il giorno successivo non avrebbe giocato tutto il tempo, e avrebbe pescato qualcosa di buono per i suoi amici. Ma immancabilmente al mattino, quando doveva concentrarsi per scovare sotto la superficie del mare blu scuro la sagoma della piccola sardina, preferiva volare in velocità col vento a favore, e tuffarsi a capofitto per prendere di sorpresa una scaglia di sole abbagliante… E già… Quanto tempo è passato…
Nonna gabbiano smise di ricordare, distolse lo sguardo dall'orizzonte e si concentrò sugli occhi dei suoi invitati: erano in tanti e tutti assorti. C’erano tartarughe marine, pinguini, pellicani, altri uccelli acquatici di varia foggia, qualche capra, due muli e diversi granchi che avevano smesso di rincorrersi sul bagnasciuga. Nonna gabbiano ci avrebbe giurato: quasi tutti, dopo aver ascoltato la sua storia, stavano adesso pensando a qualcosa di loro che li faceva assomigliare all'uccello Kankucho. Ma siccome voleva sapere se la sua impressione era giusta, si rivolse a un pinguino maschio che, avendo incrociato il suo sguardo, aveva infilato velocemente le ali nei taschini del gilet, con aria indifferente. «Forse sì… qualche volta… quando faccio tanta fatica a sentire la sveglia di mattina, mi riprometto di andare a letto più presto. Ma ogni sera me ne scordo, e resto a guardare la TV fino a notte fonda…».
Nonna gabbiano sorrideva strizzando i suoi lunghi occhi grigi. Apprezzava la sincerità del giovanotto. E così, come d’incanto, tutti i presenti cominciarono a prendere la parola, per dire di quella parte di sé che li faceva pensare all'uccello Kankucho. Anche il piccolo pellicano, che doveva essere nato con l’ultima schiusa, si fece coraggio e cominciò a raccontare di tutte le volte che il cuore gli sobbalzava in gola all'interrogazione della maestra, di come ogni volta pensasse: «Accidenti no! Proprio oggi che non ho studiato bene», e di come decidesse ogni volta di cominciare i compiti di pomeriggio e non dopo cena quando la luce stava per finire.
Nonna gabbiano era soddisfatta. La sua festa stava prendendo la piega che lei aveva desiderato. Ogni invitato era a suo agio, parlava di sé e aveva voglia di ascoltare chi gli stava vicino. «Sapete perché questa storia mi piace?» esclamò d’improvviso, zittendo tutti gli altri con un tono acuto e forte. «Perché fa capire che non bisogna vergognarsi di essere pigri e negligenti, perché ogni animale è anche un po’ un uccello Kankucho». «E poi – aggiunse sottovoce con l’aria divertita – fa capire anche un’altra cosa». Tutti la guardavano in silenzio aspettando di sapere.
«Fa capire che tutto dipende da noi. Una mia amica mi ha raccontato una volta – non so se scherzasse, ma vi assicuro che di lei ci si può fidare – di aver incontrato, sulle Montagne Nevose, un uccello grande, colorato di verde e di blu, un po’ spennacchiato e dal becco giallo e forte. Tutti lo chiamano Kankucho. Vive sul ramo più alto di un grosso albero, di fronte alla grande vallata, in un nido spazioso, ben fatto, riscaldato, con tanto di scaletta e di veranda esposta a sud. Di mattina si sveglia presto per andare a raccogliere la colazione per tutti i suoi ospiti: diversi uccelli del suo stesso colore, qualche fringuello, un aquilotto, addirittura tre scoiattoli delle nevi.
In paese raccontano che un lontano mattino, dopo essere quasi morto di freddo durante l’ennesima notte passata all’addiaccio, aveva incontrato un gruppo di giovani uccelli stranieri, persi nel bosco e quasi assiderati. Quello stesso giorno venne visto intento a intrecciare rametti e pagliuzze, per ore e ore, fino a quando non ebbe compiuto la sua opera. Un bel nido robusto, che chiamò “casa Kankucho”, e che diventò il nido più grande, più allegro – e più caldo – di tutto il paese, sempre aperto agli animali di passaggio.
Questo, per lo meno, è quanto si dice in paese. Ma di un fatto si può essere certi – concluse nonna gabbiano ripetendo esattamente le parole della sua amica viaggiatrice – È che in una zona di montagna molto lontana da qui un certo uccello che si fa chiamare Kankucho è stato visto prendere il sole sulla veranda del suo bel nido, e godersi da vero intenditore i tiepidi raggi insieme agli amici o da solo, per riposarsi tra un lavoretto e l’altro». 

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