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Storie di fantasmi per il dopocena (Jerome K. Jerome)



COME ANDAMMO A FINIRE ALLE STORIE DI FANTASMI

Era la Vigilia di Natale! La Vigilia di Natale, da mio zio John; la Vigilia di Natale (ci sono troppe "Vigilie di Natale" in questo libro.

Me ne rendo conto anch'io. Sta incominciando a diventare monotono anche per me. Ma, per ora, non vedo come si possa evitarlo) al numero 47 di Laburnham Grove, Tooting! La Vigilia di Natale, nel salotto fiocamente illuminato (c'era uno sciopero del gas), dove la luce tremolante del fuoco proiettava strane ombre sulla carta da parati a colori vivaci mentre, fuori, la strada era spazzata dalla tormenta che infuriava senza pietà, e il vento, come uno spirito inquieto, soffiava ululando attraverso la piazza e, con un gemito lamentoso e tormentato, passava in un vortice oltre il negozio del lattaio.

Avevamo cenato, e ce ne stavamo seduti in circolo a chiacchierare e a fumare.

La cena era stata ottima, proprio ottima. Da questa riunione sono nati dei disaccordi, in famiglia. Sono state messe in giro delle voci, in famiglia, circa tutto l'accaduto, ma, più in particolare, circa la parte che io vi avrei avuto, e sono stati fatti dei commenti che non mi hanno poi troppo stupito, conoscendo i membri della nostra famiglia, ma che mi hanno molto addolorato. Quanto a zia Mary, non so quando mi andrà di rivederla. Pensavo che zia Mary mi conoscesse meglio.

Ma, anche se a me è stato fatto torto (molto torto, come spiegherò poi), questo non mi impedirà di essere giusto con gli altri, anche con quelli che hanno fatto insinuazioni maligne. Sarò giusto con i pasticci di vitello caldi di zia Mary e con le aragoste arrostite, seguite dalle torte di formaggio preparate secondo la sua ricetta personale e servite calde (non ha senso, secondo me, servire torte di formaggio fresche: si perde metà del sapore), il tutto mandato giù con la vecchia birra chiara speciale dello zio John, e riconoscerò che erano saporitissimi. Ho reso loro onore, quindi: la stessa zia Mary non potrebbe fare a meno di riconoscerlo.

Dopo cena, lo zio preparò del ponce al whisky. Anche a quest'ultimo feci onore: lo disse lo stesso zio John. Disse che era felice, nel vedere che mi piaceva.

La zia andò a letto, subito dopo cena, lasciando il curato del posto, il vecchio dottor Scrubbles, Mister Samuel Coombes, il nostro membro del Consiglio di contea, Teddy Biffles e me a far compagnia allo zio.

Concordammo che era ancora troppo presto per cedere al sonno, almeno per un po', così lo zio preparò un'altra coppa di ponce, e tutti, mi pare, gli facemmo onore; io, almeno, glielo feci senz'altro. E' la mia mania, il desiderare di essere giusto.

Restammo alzati per un bel po' e, più tardi, il dottore, tanto per cambiare, preparò del ponce al gin. A me il sapore non parve molto diverso, ma, comunque, tutto era buono e noi eravamo molto felici:

erano tutti così gentili!

Durante della serata, lo zio John ci raccontò una storia molto buffa.

Oh, "era" veramente buffa! Al momento, non ricordo di cosa parlasse, ma so che, allora, mi divertì tantissimo: penso di non aver mai riso tanto in vita mia. E' strano che non riesca a ricordare anche questa storia, perché ce la raccontò quattro volte. E fu solo colpa nostra se non ce la raccontò una quinta. Poi il dottore cantò una canzone molto intelligente, durante la quale imitò tutti gli animali della fattoria.

Fece un po' di confusione. Ragliò per il gallo "bantam" e fece chicchirichì per il maiale, ma noi sapevamo che le sue intenzioni erano buone.

Incominciai a raccontare un aneddoto interessantissimo, ma man mano che andavo avanti fui alquanto sorpreso di notare che nessuno mi porgeva la benché minima attenzione. All'inizio pensai che erano piuttosto maleducati, finché mi resi conto di avere sempre parlato tra me, invece che ad alta voce, e così, naturalmente, gli altri non sapevano per niente che stavo raccontando loro una storia e, probabilmente, si stavano scervellando per capire il significato della mia espressione animata e dei miei gesti eloquenti. Era un errore curiosissimo da commettere, per chiunque: a me, poi, non era mai capitato prima, che io sappia.

Più tardi, il curato giocò delle mani a carte. Ci chiese se avevamo mai assistito a un gioco chiamato "La mano delle tre carte". Disse che era un espediente mediante il quale uomini meschini e senza scrupoli, frequentatori di concorsi ippici e di simili posti di ritrovo, estorcevano, con l'inganno, denaro ai giovanotti sciocchi. Disse che era un trucco semplicissimo: tutto dipendeva dalla velocità della mano. Era la velocità della mano che ingannava l'occhio.

Disse che ci avrebbe fatto vedere la frode, così da metterci in guardia, per non farci imbrogliare, e andò a prendere il mazzo di carte dello zio dalla scatola da tè e, scelte tre carte dal mazzo, due carte basse e una figura, si sedette sul tappeto davanti al focolare e ci spiegò quanto stava per fare.

Disse: - Adesso prenderò in mano queste tre carte, così, e le lascerò vedere a tutti. Poi mi limiterò a posarle sul tappeto capovolte e vi chiederò di scegliere la figura. E voi crederete di sapere qual è. - E così fece. Il vecchio Mister Coombes, che è anche uno dei membri laici della nostra parrocchia, disse che era la carta di mezzo.

- Lei immagina di averla vista - disse il curato, sorridendo.

- Non "immagino" proprio niente - replicò Coombes. - Le dico che è la carta al centro. Scommetto mezzo dollaro con lei che è la carta al centro.

- Ecco, proprio come vi stavo spiegando- disse il curato, rivolgendosi a noi -: questo è il modo in cui i giovanotti sciocchi dei quali parlavo vengono adescati e perdono il loro denaro. Si convincono di sapere qual è la carta, immaginano di averla vista. Non afferrano l'idea che è stata la velocità della mano a ingannare l'occhio.

Disse di aver conosciuto giovanotti che erano andati a una gara di canottaggio, o a un incontro di cricket, con le tasche piene di sterline e, nel primo pomeriggio, erano tornati a casa rovinati, dopo aver perso tutto il loro denaro a questo gioco truccato.

Disse che avrebbe preso la mezza corona di Mister Coombes, perché questa sarebbe stata una lezione molto utile per Mister Coombes e, probabilmente, grazie a questo Mister Coombes avrebbe risparmiato il proprio denaro, in futuro, e disse che avrebbe donato i due scellini e sei pence al fondo comune.

- Non stia a preoccuparsi di questo- ribatté il vecchio Mister Coombes. - Basta che la mezza corona non la "tiri fuori", piuttosto, dal fondo comune.

Mise il denaro sulla carta di mezzo, e la girò.

Ed era proprio la regina, infatti!

Eravamo tutti molto sorpresi, specialmente il curato. Questi disse che, in effetti, qualche volta andava così, anche se... Che qualcuno, a volte, puntava sulla carta giusta, per puro caso.

Aggiunse che, comunque, questo era il peggior servizio che un uomo potesse rendere a se stesso, e peccato che non lo sapesse: infatti, quando uno puntava e vinceva incominciava a prendere gusto a questo cosiddetto passatempo e si lasciava convincere a rischiare ancora e poi ancora, finché doveva ritirarsi dalla competizione un uomo finito, rovinato.

Poi giocò un'altra mano. Mister Coombes disse che, questa volta, era la carta accanto alla cassetta del carbone e volle aumentare la posta di cinque scellini.

Noi ridemmo di lui e cercammo di convincerlo a lasciar perdere. Non volle sentire ragioni, comunque, e insistette a puntare forte.

Il curato disse che benissimo, allora: lui l'aveva avvertito, e questo era tutto quello che poteva fare. Se il signore (Mister Coombes) aveva deciso di fare la figura dello stupido, il signore (Mister Coombes) doveva farla.

Il curato disse che avrebbe preso i cinque scellini e avrebbe rimesso a posto le cose con il fondo comune.

Così Mister Coombes mise due mezze corone sulla carta vicino alla cassetta del carbone e la girò.

Ed era di nuovo la regina, infatti!

Dopo, lo zio John puntò una moneta da due scellini, e "anche lui" vinse.

E allora giocammo tutti, e tutti vincemmo. Cioè, tutti tranne il curato. Passò un pessimo quarto d'ora. Non ho mai conosciuto un uomo tanto sfortunato al gioco. Perse sempre.

Poi bevemmo dell'altro ponce, e, nel prepararlo, lo zio fece un errore buffissimo: non ci mise il whisky. Oh, che risate ci facemmo, alle sue spalle! E poi, per penitenza, gli facemmo raddoppiare la dose.

Oh, quanto ci divertimmo, quella sera! E poi, in un modo o nell'altro, dobbiamo aver attaccato con i fantasmi, perché, subito dopo, tutto ciò che ricordo è che ci stavamo raccontando storie di fantasmi.

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