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La storia di Narciso ed Eco


La ninfa Eco abitava tra le selve montane; essendo molto loquace talvolta gli dei dell’Olimpo la mandavano a chiamare per farsi raccontare tutte le storie che era capace d’inventare sul momento e scacciare così la loro noia. Era soprattutto Giove ad approfittarne spesso: infatti, quando il re degli dei aveva in programma qualche scappatella sulla Terra, pregava Eco d’intrattenere Giunone.
La ninfa faceva miracoli, e così la dea l’aveva carissima e ne era deliziata. Purtroppo, però, un giorno che Giove si era trattenuto troppo a lungo sulla Terra, le chiacchiere della povera Eco infastidirono Giunone a tal punto che si adirò e le inflisse un severo castigo: da quel giorno non avrebbe mai più potuto parlare come prima, ma sarebbe stata costretta a ripetere solo l’ultima sillaba dell’ultima parola di colui che l’avesse interpellata.
Il castigo fu veramente duro, e la sofferenza aumentò quando la fanciulla s’innamorò di Narciso.
Figlio del dio- fiume Cefiso e della ninfa Liriope, Narciso era un bellissimo giovane, ignaro, però, della propria bellezza, poiché tra i boschi dei monti, dove viveva cacciando, non c’erano specchi in cui potersi mirare.
Quando era bambino l’indovino Tiresia così aveva vaticinato sul suo avvenire: Questo bambino vivrà fino a quando non conoscerà se stesso scorgendo la propria immagine.
Molte ninfe e fanciulle mortali s’innamorarono di lui, però Narciso non ricambiava nessuna. Anche Eco s’innamorò del giovane, ma non ebbe maggior fortuna delle altre perché Narciso non solo non corrispondeva il suo amore, ma era infastidito dal suo strano modo di parlare, sicché cominciò ad indispettirsi seriamente e a maltrattarla.
Eco soffriva tanto, non riusciva ad allontanarsi da lui, ma si rendeva conto che il bellissimo giovane non voleva assolutamente saperne di lei, e così cominciò a piangere e a deperire, e ad ogni sgarbatezza di Narciso correva a nascondersi ai piedi di una rupe, dove trascorreva giorni interi senza prendere cibo: ormai si era ridotta pelle ed ossa, mentre la sua voce continuava a ripetere l’ultima sillaba delle parole che sentiva.
La sua bellezza sfiorì, Eco si consumò lentamente e di lei non rimasero che le ossa e un filo di voce.
Gli dei, allora, impietositi, la mutarono in rupe, per questo ancora oggi tutti coloro che passano davanti ad una rupe e pronunciano qualche parola odono Eco che risponde l’ultima sillaba.
La spietata indifferenza di Narciso verso l’infelice Eco, che per lui era morta d’amore, suscitò l’indignazione degli dei, e soprattutto di Nemesi, la dea della vendetta, che decise di punirlo. Discese, allora, dall’Olimpo e, assunto l’aspetto di un cacciatore, si avvicinò al giovane proponendogli di condurlo in un luogo ricco di selvaggina.
Narciso acconsentì, ed insieme al cacciatore giunse in un luogo mai visto prima: una bellissima radura circondata da alti alberi, e nel mezzo c’era una fonte dalle acque chiare ed immobili.
Nemesi lo condusse presso l’orlo della fonte e lo invitò a piegarsi sull’acqua, ed allora Narciso vide la cosa più bella del creato, vide se stesso.

Chino sull’acqua restò a contemplare lungamente la sua immagine mentre Nemesi gli sussurrava all’orecchio con voce fredda:Rimarrai qui per sempre, Narciso; rimarrai qui per l’eternità a contemplare il tuo volto più bello di quello di tutte le ninfe e di tutte le dee. Nessun cuore di donna soffrirà più per la tua bellezza che ora hai conosciuto. Questo era il significato del vaticinio di Tiresia.
E Narciso rimase lì per sempre, piegato sull’acqua, incapace di staccarsi dalla visione della propria immagine.
Come simbolo della mitologica figura del giovinetto che s’invaghì della propria bellezza rimase il fiore giallo del narciso che, pallido e delicato, cresce lungo i piccoli corsi d’acqua, piegando il suo stelo quasi a volersi specchiare


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