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IMPARANDO A VOLARE (CAPITOLO SETTIMO)



«Prima di iniziare rivediamo per l'ultima volta gli aspetti tecnici» miagolò Diderot.

Dalla cima di una libreria Colonnello, Segretario, Zorba e Sopravento osservavano attentamente quello che accadeva in basso. Giù c'eranoFortunata, in piedi in fondo a un corridoio che avevano denominato pista di decollo, e Diderot, chino all'altro capo del corridoio sul dodicesimo volume, corrispondente alla lettera L, dell'enciclopedia. Il libro era aperto su una delle pagine dedicate a Leonardo da Vinci, dove si vedeva un curioso aggeggio battezzato 'macchina per volare' dal grande maestro italiano.

«Per favore, prima di tutto controlliamo la stabilità dei punti d'appoggio a e b» ordinò Diderot.

«Prova punti d'appoggio a e b» ripeté Fortunata saltando prima sulla zampa sinistra e poi sulla destra.

«Perfetto. Ora controlleremo l'estensione dei punti c e d» miagolò Diderot, che si sentiva importante come un ingegnere della NASA.

«Prova estensione punti c e d» obbedì Fortunata spiegando entrambe le ali.

«Perfetto! Ripetiamo tutto daccapo» ordinò Diderot.

«Per i baffi del rombo! Falla volare una buona volta!» esclamò Sopravento.

«Le ricordo che sono il responsabile tecnico di volo!» ribatté Diderot.«Tutto deve essere adeguatamente controllato, altrimenti le conseguenze potrebbero essere terribili per Fortunata. Terribili!»

«Ha ragione. Lui sa quello che fa» commentò Segretario

«È esattamente ciò che stavo per miagolare» brontolò Colonnello. «La finirà mai di togliermi i miagolii di bocca?»

Fortunata era lì, in procinto di tentare il suo primo volo, perché durante l'ultima settimana si erano verificati due episodi grazie ai quali i gatti avevano capito che la gabbiana voleva volare, anche se nascondeva molto bene il suo desiderio.
Il primo fatto era avvenuto un pomeriggio in cui Fortunata aveva accompagnato i gatti a prendere il sole sul tetto del bazar di Harry. Dopo un'ora che erano lì, a crogiolarsi ai raggi del sole, avevano visto volare in alto, molto in alto, sopra di loro, tre gabbiani.
Spiccavano, belli e maestosi, nel cielo blu. A tratti sembravano paralizzarsi, limitandosi a fluttuare nell'aria con le ali tese, ma bastava un lieve movimento perché si spostassero con una grazia e un'eleganza che facevano invidia, e anche voglia di starsene lassù con loro. All'improvviso i gatti smisero di fissare il cielo e si voltarono a guardare Fortunata. La gabbianella osservava il volo dei suoi simili, e senza rendersene conto spiegava le ali.

«Guardate. Vuol volare» commentò Colonnello.

«Sì. È ora che voli» riconobbe Zorba. «Ormai è una gabbiana grande e forte».

«Fortunata. Vola! Prova!» suggerì Segretario.

Quando sentì i miagolii dei suoi amici, Fortunata ripiegò le ali e si avvicinò a loro. Si sdraiò accanto a Zorba e iniziò a far risuonare il becco imitando le fusa.

Il secondo episodio era accaduto il giorno successivo, mentre i gatti ascoltavano una storia di Sopravento.
«...e come vi miagolavo, le onde erano così alte che non potevamo vedere la costa, e... per il grasso del capodoglio! colmo delle disgrazie, la nostra bussola era impazzita. Cinque giorni e cinque notti passammo in mezzo alla burrasca e non sapevamo se stavamo navigando verso la costa o se ci allontanavamo in mare aperto. Ma proprio allora, quando ci sentivamo ormai perduti, il timoniere avvistò uno stormo di gabbiani. Che gioia, compagni! Puntammo la prua nella stessa direzione in cui volavano e riuscimmo a raggiungere la terraferma. Per i denti del barracuda! Quei gabbiani ci salvarono la vita. Se non li avessimo visti, ora non sarei qui a miagolarvi la storia».
Fortunata, che seguiva sempre con molta attenzione i racconti del gatto di mare, lo ascoltava con gli occhi spalancati.

«I gabbiani volano anche nei giorni di burrasca?» chiese.

«Per le scariche della torpedine! I gabbiani sono i volatili più robusti dell'universo» assicurò Sopravento. «Non c'è uccello che sappia volare meglio di un gabbiano».

I miagolii del gatto scendevano nel profondo del cuore a Fortunata.
Batteva le zampe per terra e muoveva nervosamente il becco.

«Vuoi volare, signorina?» indagò Zorba.
Fortunata li guardò a uno a uno prima di rispondere.
«Sì. Per favore, insegnatemi a volare».

I gatti miagolarono la loro gioia e subito misero zampa al lavoro. Attendevano quel momento da molto tempo. Con tutta la pazienza che contraddistingue i gatti, avevano aspettato che la gabbianella comunicasse loro il suo desiderio di volare, perché grazie a un'ancestrale saggezza capivano che volare è una decisione molto personale. E il più felice di tutti era Diderot, che ormai aveva trovato i fondamenti del volo nel dodicesimovolume, lettera L, dell'enciclopedia, e che perciò si era assunto l'incarico di dirigere le operazioni.

«Pronta al decollo!» miagolò Diderot.

«Pronta al decollo!» annunciò Fortunata.

«Inizi a rollare sulla pista spingendo indietro il suolo con i punti di appoggio a e b» ordinò Diderot.

Fortunata venne avanti, ma lentamente, come se avanzasse su pattini male oliati.
«Maggiore velocità!» reclamò Diderot.
La giovane gabbiana accelerò un po'.
«Ora allunghi i punti c ed!» istruì Diderot.
Fortunata spiegò le ali mentre avanzava.
«Ora sollevi il punto e!» comandò Diderot.
Fortunata alzò le piume della coda.
«E ora muova dall'alto in basso i punti c e d spingendo l'aria verso terra, e contemporaneamente ritiri i punti a e b!» spiegò Diderot.
Fortunata batté le ali, ritrasse le zampe, si innalzò di un paio di centimetri, e subito ricadde come un sacco di patate.

Con un balzo i gatti scesero dalla libreria e corsero da lei. La trovarono con gli occhi pieni di lacrime.

«Sono una buona a nulla! Sono una buona a nulla!» ripeteva sconsolata

«Non si vola mai al primo tentativo, ma ci riuscirai. Te lo prometto» miagolò Zorba leccandole la testa.

Diderot cercava di trovare l'errore guardando e riguardando la macchina del volo di Leonardo.


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