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Storia di Ala ed-Din figlio di Shams ed-Din



Ho sentito narrare, o re fortunato, che c'era una volta in Egitto un venerabile mercante rispettato da tutti per la sua onestà, per la sua cortesia e serietà, per le sue ricchezze e perché possedeva schiavi e schiave in quantità. Un giorno, che era di venerdì, prima di recarsi alla moschea per la preghiera, andò al bagno pubblico a fare le abluzioni prescritte dalla legge, quindi si recò dal barbiere e prese lo specchio e, dopo aver pronunciato la formula di rito acciocché la vanità non s'impadronisse del suo cuore, si guardò nello specchio dove era riflessa la sua faccia e purtroppo vide che la barba era tutta cosparsa di peli bianchi. Allora pensò: " La barba che incanutisce è segno di vecchiaia, e la vecchiaia è messaggera della morte. " E con questi tristi pensieri tornò a casa dove la moglie, che lo attendeva, si era fatta bella per accoglierlo lietamente. "Felicità a te," gli disse quando il mercante entrò da lei. " Che felicità può esserci per me? " rispose il marito. " Qual è la causa di tanta pena, e perché ti addolori cosi? " chiese la moglie. " Tu sola sei la causa della mia pena, " rispose il marito. " E come mai? " chiesa la moglie. " Sappi, o donna, che quando mi reco al suk vedo gli altri mercanti seduti nelle loro botteghe con accanto chi uno, chi due, chi tre o quattro figli. A me solo è negata questa consolazione. Perciò prego Allah, il quale tolse la vita ai miei padri, di fissarmi una morte che ponga fine a tante pene. " " Mangia e non pensarci, " gli disse la moglie. " No, per Allah, non voglio né mangiare né bere né prendere cosa alcuna dalle tue mani, perché la colpa della nostra sterilità è tua. La prima notte che giacqui con te mi facesti promettere che non avrei preso altre mogli né concubine, ma ecco che tu sei rimasta sterile, eppure non mi hai liberato dal mio giuramento! In verità fecondare te è come voler fecondare una roccia! " " Il nome di Allah sia su di me! " lo rimbeccò la moglie. " La verità è che il tuo seme è freddo e senza consistenza. " " E se anche ciò fosse, che cosa dovrei fare? " chiese il marito. " Va' dagli speziali, " rispose la moglie, " e chiedi un medicamento per riscaldare il seme e renderlo più denso.

" Il giorno dopo, di buon mattino, Shams ed-Din si recò al mercato, entrò da uno speziale, lo salutò e quello gli restituì il saluto; quindi Shams ed-Din gli chiese: " Hai un farmaco che renda più caldo e più consistente il seme dell'uomo? " Lo speziale non seppe che cosa rispondere a questa richiesta insolita, così si limitò a dire: " Ne avevo ma l'ho finito. Prova dallo speziale qui accanto. " Inutilmente Shams ed-Din fece il giro di tutti gli speziali del mercato, i quali si ridevano di lui. Tornò allora nella sua bottega e si sedette triste e sfiduciato, quand'ecco vide fermarsi davanti a lui il capo dei sensali del mercato, un mangiatore di hashìsh, un ubriacone, un consumatore d'oppio, insomma un uomo dedito alla crapula che si chiamava lo sceicco Muhammad Samsam. Costui aveva l'abitudine di recarsi tutti i giorni a salutare Shams ed-Din, e così fece anche quel giorno, ma il mercante gli rispose di cattivo umore. " Signore, " disse Muhammad Samsam, " perché sei di cattivo umore? " Il mercante gli raccontò allora quale fosse il suo cruccio e come quella mattina avesse girato tutto il mercato per cercare una droga che facesse al caso suo, ma senza riuscirvi. Allora il capo dei sensali gli disse: " Che cosa diresti se io avessi il rimedio che cerchi?" E Shams ed-Din rispose: " Sappi, Muhammad Samsarn, " rispose Shams ed-Din, " che se riuscirai a tanto farò di te un uomo ricco. " " Per adesso dammi un dinar, " disse Muhammad Samsam, " e quella ciotola di porcellana. " " Eccoti due dinar, " disse Shams ed-Din consegnandogli due monete d'oro e la ciotola di porcellana.

Dopo di che Muhammad Samsam si recò al mercato ad acquistare gli ingredienti che gli occorrevano. Comperò due once di cubebe cinese, un'oncia di olio di lino, cannella, chiodi di garofano, un'oncia di cinnamomo rosso di Screndib, cardamomo bianco di Malabar, zenzero indiano, pepe bianco e una mezza oncia di timo di montagna. Mescolò il tutto dopo averlo passato al setaccio, vi unì del miele puro e fece una pasta ben liscia, alla quale aggiunse cinque grani di muschio e un'oncia dì uova di pesce pulite. Vi aggiunse ancora un po' di giulebbe all'acqua di rose e mise il tutto nella ciotola di porcellana. Si recò subito da Shams ed-Din e gli diede la ciotola dicendo: " Mangia questa pasta due ore prima del contatto carnale. Bisognerà però che tu mangi esclusivamente questi cibi: piccioni arrosto molto drogati, pesci maschi con tutto il latte e testicoli di montone appena arrostiti."

Shams ed-Din si recò subito a casa, seguì scrupolosamente la dieta che gli aveva prescritto Muhammad Samsam, mangiò la pasta e senti che il sangue gli si riscaldava nelle vene; si accoppiò allora con la moglie con tanto vigore che questa rimase incinta di lui e dopo nove mesi le vennero le doglie e si sgravò di un bambino bello come la luna, sul capo del quale la levatrice invocò i nomi di Allah, di Muhammad e di Alì. Poi lavò il bambino, lo fasciò e lo diede alla madre che se' lo attaccò al petto e lo allattò. La levatrice rimase ancora tre giorni finchè non fu preparato il dolce da dare alle vicine.

Al settimo giorno venne sparso il sale per terra contro il malocchio e il mercante entrò dalla moglie per congratularsi e le chiese: " Dov'è il dono di Allah? " La moglie allora gli porse il neonato che era di straordinaria bellezza, grosso come se, avesse avuto un anno e con dei nei sulle guance. Sbams ed-Din chiese alla moglie: " Come lo chiamerai? " e la moglie rispose: " Se fosse stato una femmina le avrei dato io un nome, ma siccome è maschio tocca a te scegliergli il nome. " Allora il mercante disse alla moglie: " Lo chiameremo Alà ed-Din dai molti nei. " Il bambino fu allattato da diverse balie, crebbe forte e bello, cominciò a camminare e fu l'ammirazione di tutte le donne e le fanciulle che lo vedevano. Allora i genitori, temendo per lui il malocchio, lo rinchiusero in un sotterraneo della casa, e gli assegnarono una schiava e uno schiavo. La schiava gli faceva da mangiare e lo schiavo glielo portava. Quando ebbe raggiunto l'età, gli vennero dati anche dei maestri, che gli insegnarono la scrittura, il Corano ed altre scienze, così che crebbe non solo bello e forte, ma anche istruito.

Ora accadde che un giorno lo schiavo, il quale gli portava da mangiare, dimenticò di chiudere la porta del sotterraneo, così che Alà ed-Din ne uscì ed entrò negli appartamenti della madre, la quale stava ricevendo alcune nobili signore della città. Costoro, quando videro entrare quel bellissimo giovane sconosciuto, si coprirono immediatamente il viso e rimproverarono la moglie di Shams ed-Din: " Per Allah, come puoi fare entrare nelle tue stanze questo giovane straniero? Non sai forse che il pudore è prescritto dalla legge? " Allora la madre di Alà ed-Din rispose: " Invocate il nome di Allah! Questo giovane è mio figlio, frutto delle mie viscere e figlio del capo dei mercanti Shams ed-Din. Invocate il nome di Allah, o mie ospiti! "

Le sue ospiti dissero allora: " Come mai questo figlio? Da dove è uscito fuori, se non te ne abbiamo mai sentito parlare? " Allora la moglie di Sliams ed-Din spiegò che il padre del ragazzo, per timore del malocchio, aveva deciso di farlo crescere in un sotterraneo della casa e di farlo uscire solo quando gli fosse spuntata la barba. Mentre le signore si rallegravano con la madre di Alà ed-Din, il ragazzo vide degli schiavi che conducevano una mula nel cortile della casa. Allora chiese alla madre: " Di chi è quella mula? " E la madre gli rispose: " Di tuo padre. " Allora Alà ed-Din chiese: " E che cosa fa mio padre? " E la madre gli rispose: " Sappi, figlio mio, che tuo padre è mercante e capo di tutti i mercanti. E per darti un'idea di quanto sia ricco ed importante ti dirò che la gente si rivolge direttamente a lui solo per affari di mille dinar e più, chè se un affare vale anche solo qualcosa meno di mille dinar lo trattano i suoi schiavi e nessuno lo disturba. E sappi che non partono e non arrivano merci in questa città senza che tuo padre ne sia informato. Allah ha accordato a tuo padre, figlio mio, ricchezze incalcolabili. " Alà ed-Din disse: " Sia lodato Allah che mi ha fatto figlio del capo dei mercanti. Ma perché mi avete fatto crescere chiuso in quel sotterraneo? " La madre gli spiegò che avevano deciso così per sottrarlo al malocchio; allora Alà ed-Din disse: " A ciò che è decretato non ci si può sottrarre! Colui che ha preso il nonno prenderà anche il padre. Mio padre oggi è vivo, ma domani potrebbe non esserci. E allora, quando io -mi presenterò ai mercanti del suk e dirò: < Sono Alà ed-Din, figlio del mercante, Shams ed-Din >, nessuno mi crederà perché nessuno mi avrà mai veduto in bottega accanto a mio padre; e gli anziani diranno: < Costui è un impostore, perché non abbiamo mai saputo che Shams ed-Din avesse un figlio. > E lo stato si prenderà tutte le ricchezze di mio padre. Perciò bisogna, o madre, che io vada nel suk con mio padre, e che sieda nella bottega accanto a lui, e che tutti mi vedano e che mio padre dica: < Costui è Alà ed-Din il mio figliolo. > " ." Figlio mio, " rispose la madre, " lo dirò a tuo padre."

Così quando Shams ed-Din tornò a casa la moglie gli parlò ed egli si persuase, e chiamato Alà ed-Din gli disse: " Figliolo mio, se Allah lo vuole, domani ti porterò con me al mercato, ma ricordati che per stare a bottega occorrerà che tu metta a frutto tutti gli insegnamenti che hai ricevuto fin qui."

La mattina dopo, infatti, Shains ed-Din fece indossare al figlio abiti ricchissimi, quindi montò sulla mula, fece salire il figlio dietro di sé e si avviò verso il mercato. E mentre passavano per le strade la gente guardava il capo dei mercanti Shams ed-Din ma soprattutto il bellissimo giovane che cavalcava dietro di lui, e tutti dicevano: " Chi è quel bel giovane che cavalca dietro il capo dei mercanti? Non l'abbiamo mai visto. Avevamo una buona opinione di Shams ed-Din, e invece vediamo che si è messo a frequentare i giovanetti. Quel vecchio è diventato come il porro: bianco di fuori, verde di dentro. " E i mercanti del suk, quando la notizia si sparse, cominciarono a dire: " Non vogliamo più avere per nostro capo questo vecchio vizioso."

Nel suk c'era questa abitudine: che tutte le mattine i negozianti si recavano davanti alla bottega del capo dei mercanti, gli recitavano il primo capitolo del Corano e gli rendevano omaggio. Orbene, quella mattina Shams ed-Din si sedette a bottega e attese che i mercanti venissero a recitargli la fàtiha. Ma nessuno si fece vedere. Allora Shams edDin chiamò il capo dei sensali, quel Muhammad Samsam, e gli chiese: " Come mai nessuno dei mercanti è venuto come al solito? " E Muhammad Samsam rispose: " Io non sono un tipo pettegolo. Sappi però che i mercanti non ti vogliono più per loro capo. >" Come mai? " chiese Shams ed-Din. Ma, invece di rispondere, Muhammad Samsam gli chiese: " Chi è questo giovane che ti siede accanto e che sembra la luna nella quattordicesima notte? E', forse un tuo schiavo o un parente di tua moglie? Noi temiamo che tu ti sia invaghito di lui e che la passione per questo bel giovanetto ti abbia accecato. " " Taci " gridò Shams ed Din " o tu che sei il più abbietto degli uomini! Costui è mio figlio! " " E da quando in qua tu hai un figlio? " chiese Muhammad Samsam. " Oh, mangiatore di hashìsh, " disse Shains ed-Din, " a forza di prendere droghe la tua memoria si è indebolita. Non ricordi che una volta tu mi desti una pasta per rendere più caldo e più consistente il mio seme? Ebbene, mia moglie rimase incinta e mi diede questo figlio che, per timore del malocchio, io ho allevato in un sotterraneo della mia casa. Ma oggi ho deciso di farlo conoscere e di portarlo con me al mercato."

Allora Muhammad Samsam si recò dai mercanti e spiegò loro come stavano le cose, e questi si presentarono davanti alla bottega di Shams ed-Din, recitarono la fàtiha e si congratularono con lui dicendogli: " Che Allah conservi il tronco e i rami, e che i rami possano a loro volta fiorire e dare frutti profumati. Però, o nostro capo, anche il più povero dei mercanti, quando gli nasce un figlio, fa cucinare un dolce di burro e miele, affinchè gli amici si rallegrino con lui e si addolciscano il palato. Tu invece non l'hai ancora fatto. " " giusto, " disse Shams ed-Din, " perciò vi invito tutti, domani, nel mio giardino fuori di città. " L'indomani Shams ed-Din fece addobbare con tappeti il padiglione del giardino, comperò agnelli, condimenti e tutto l'occorrente per la cucina. Poi ordinò che fossero stese due tovaglie distanti l'una dall'altra; quindi chiamò il figlio Alà ed-Din e gli disse: " Figlio mio, quando entrerà un uomo anziano, vagli incontro e fallo sedere accanto a questa tovaglia; i ragazzi imberbi, invece, li condurrai vicino a quell'altra tovaglia laggiù. " " Padre mio, " chiese il figlio, " perché hai fatto disporre due tovaglie, una per gli uomini adulti e l'altra per i ragazzi? " " Figlio mio, " rispose il mercante, " i ragazzi stanno più a loro agio se non mangiano accanto agli uomini maturi."

Così fu fatto- Shams ed-Din faceva gli onori di casa agli uomini adulti e il figlio accoglieva i ragazzi e li intratteneva nel posto riservato loro. Vennero portati i cibi e tutti bevvero e mangiarono a sazietà e cantarono e si divertirono. E finito il banchetto gli uomini si misero a discorrere fra di loro e i ragazzi si misero a giocare. C'era fra gli invitati un mercante di nome Mahmùd al-Bálkhi, che fingeva di essere musulmano ma in realtà era zoroastriano ed era un uomo depravato cui piacevano i ragazzi. Costui scorse Alà ed-Din, lo guardò e cominciò a sospirare e fu preso di passione e di desiderio per lui. Allora si alzò da tavola senza parere e si avvicinò al gruppo dei ragazzi, e poichè Alà ed-Din si era allontanato per soddisfare un bisogno, disse agli altri ragazzi: " Se insinuerete nell'animo di Alà ed-Din il desiderio di viaggiare, regalerò a ciascuno di voi un vestito nuovo."

Ed ecco che Alà ed-Din tornò in mezzo ai suoi commensali ed uno di costoro cominciò.a dire: " Mentre non c'eri, Alà ed-Din, stavamo parlando delle cose meravigliose che si vedono quando si viaggia e dei guadagni che si fanno vendendo le mercanzie a Damasco, a Baghdad e ad Aleppo. Tu, Alà ed-Din, quali paesi hai visitato? " " lo, " rispose Alà ed-Din, " sono stato sempre chiuso in casa e sono uscito per la prima volta ieri. " " Ma allora' " fece un, altro, " tu non conosci il piacere dei viaggi; è vero, i viaggi sono solo per gli uomini e non per i ragazzini! " " Io non ho bisogno di viaggiare, " disse Alà ed-Din. " La pace è meglio di ogni altra cosa. " Allora uno dei ragazzi disse al vicino: " Questo Alà ed-Din è come un pesce, che se lo levi dall'acqua muore. " E tutti gli altri cominciarono a dirgli: " 0 Alà ed Din, per i figli dei mercanti non c'è altra gloria che viaggiare, commerciare e guadagnare denari!"

Alà ed-Din si turbò,per questi discorsi, e poiché gli erano venute le lacrime agli occhi ed aveva il cuore afflitto, lasciò i suoi invitati, montò sulla mula e tornò a casa. Quando la madre lo vide così turbato e con gli occhi pieni di lacrime: " Cos'è che ti fa piangere, figlio mio? " gli chiese. " I figli dei mercanti mi hanno preso in giro perché non mi sono mai mosso di casa e mi hanno detto che per il figlio di un mercante non c'è gloria altro che nel viaggiare. " " E tu hai voglia di viaggiare? " gli chiese la madre. " Sì. " " Ebbene, figlio mio, " disse la madre, " tuo padre è molto ricco, ma se non vorrà darti lui il capitale per viaggiare lo farò io. " Chiamò allora un servo e fece aprire un magazzino pieno di stoffe e ordinò di preparare dieci balle di tessuti.

Intanto il padre, non vedendo più il figlio Alà ed-Din nel giardino, domandò ai servi dove fosse, e questi gli dissero che era salito sulla mula ed era tornato a casa. Allora il padre seguì il figlio, e arrivato a casa vide le balle di stoffe e domandò che cosa fossero, e la moglie gli spiegò ciò che era accaduto. " Figlio mio, " disse Shams ed-Din, " che Allah ti illumini e ti distolga da questa idea malaugurata. Non sai che cosa ha detto il Profeta, che Dio lo benedica e gli dia pace? < Felice l'uomo che si nutre dei frutti della sua terra e trova nel suo paese la soddisfazione della vita! > E gli antichi dicevano: < Non intraprendere mai un viaggio, fosse anche una gita di piacere. > Dopo quanto ti ho detto, insisti ancora nel tuo progetto? " Allora Alà ed-Din disse al padre: " Padre mio, non vorrei disobbedirti, ma se tu non mi darai quanto occorre per questo viaggio io mi spoglierò dei miei abiti, indosserò gli stracci del derviscio e andrò in giro per il mondo a piedi. " Quando Shams ed-Din vide che il figlio era deciso a partire, gli diede altre quaranta balle di stoffa, oltre a quelle che gli aveva dato la madre, e invocò su di lui la benedizione dell'Altissimo. Poi aggiunse: " Guari Monaco mendicante musulmano. dati, figlio mio, da due luoghi che troverai sulla tua strada, il Deserto del Leone e la Valle dei Cani; sono due luoghi pericolosi, rifugio di certi banditi, il cui capo è un beduino chiamato Aglàn. " Alà ed-Din rispose: " Il bene come il male ci vengono dalla mano di Allah!"

Poi padre e figlio si recarono al mercato e andarono a trovare lo sceicco Kamal, capo dei cammellieri e dei mulattieri, al quale Shams ed-Din disse: " Venerabile Kamal,-. capo dei carovanieri, c'è qui questo mio figliolo che vuole partire. Te lo affido e te lo raccomando come se fosse un tuo proprio figliolo. " E al figlio disse: " Figlio mio, quando io sarò lontano, questo sarà tuo padre in vece mia. Obbediscilo in tutto. " E venuto il mattino Shams ed-Din diede al figlio Alà ed-Din diecimila dinar dicendogli: " Quando sarai arrivato a Baghdad, se vedi che i prezzi sono alti, vendi pure le tue stoffe, altrimenti spendi questi diecimila dinar e attendi con pazienza il momento più vantaggioso per vendere. " Dopo di che furono caricate le bestie, padre e figlio si salutarono e la carovana partì.

Ora avvenne che quando Mahmùd al-Balkhi venne a sapere dei preparativi della partenza, immediatamente si accinse anche lui a partire dicendosi: " Questo ragazzo potrò possederlo soltanto in un luogo solitario, dove nessuno verrà a spiarmi. " Così, fin dalla prima tappa, raggiunse la carovana di Alà ed-Din; e la sera, dopo aver chiesto al cuoco di quest'ultimo di non preparare nulla - da mangiare, offrì lui la cena al ragazzo e ai suoi compagni. Quando poi furono arrivati a Damasco, dove Mahmùd al-Balkhi aveva una casa (come pure una ne aveva al Cairo, una ad Aleppo ed una a Baghdad), Mahmùd mandò un servo da Alà edDin per invitarlo a casa sua. Ma Alà ed-Din disse che avrebbe dovuto prima chiedere il parere dello sceicco Kamal ed Din, il quale sentendo di quell'invito aggrottò la fronte e gli disse: " Figlio mio, farai meglio a rifiutare."

Dopo un breve soggiorno a Damasco, si recarono ad Aleppo, e qui Mahmùd al-Balkhi mandò di nuovo ad invitare Alà ed-Din, il quale consultò ancora una volta lo sceicco Kamal e questi ancora una volta lo consigliò di non andare. Poi partirono anche da Aleppo, e quando furono arrivati alla prima tappa sulla via di Baghdad, Mahmùd al-Balkhi fece allestire un nuovo banchetto e si recò personalmente ad invitare Alà ed-Din. Questa volta Alà ed-Din non seppe che cosa dire ed accettò l'invito. Quando lo sceicco Kamal lo seppe, lo rimproverò dicendogli: " È: stata un imprudenza accettare, Alà ed-Din. Avresti dovuto chiedere il mio parere; avresti dovuto chiedere il parere di un vecchio come me, carico di esperienza, di cui il poeta ha detto: " Così Alà ed-Din si recò sotto la tenda di Mahmùd, dove trovò allestito un sontuoso banchetto. E dopo che ebbero mangiato a sazietà e bevuto fino a sentirsi un po' ebbri, Mahmùd si avvicinò ad Alà ed Din, gli prese le guance fra le mani e cercò di baciarlo. Alà ed-Din si ritrasse, ma Mahmùd lo afferrò per la vita e lo attirò a sé. " Si può sapere che cosa vuoi fare? " chiese Alà ed-Din. " Vorrei solo, " rispose Mahmùd, " spiegarti in pratica il significato di questi versi del poeta: " E ciò detto Mahmùd si buttò addosso ad Alà ed-Din, il quale balzò in piedi gridando: " No, per Allah, questa è una mercanzia che non vendo! Vergognati della tua canizie e temi Iddio onnipotente! Mai più starò in tua compagnia!"

Quindi Alà ed-Din si recò dallo sceicco Kamal e gli disse: " Leviamo subito le tende e dirigiamoci verso Baghdad. Non voglio più viaggiare in compagnia di quel Mahmùd al-Balkhi che è un uomo corrotto. " Così levarono le tende, camminarono per tutto il giorno e al tramonto del sole si trovarono ad alcune miglia da Baghdad. Allora lo sceicco Kamal disse: " Sarà meglio affrettarci e raggiungere Baghdad prima che chiudano le porte. " " E perché mai? " chiese Alà ed-Din. " Perché, " rispose lo sceicco Kamal, " questo luogo è infestato di beduini che assaltano le carovane, e non sarebbe prudente passarci la nottata. " " Sono io che comando, " rispose Alà ed-Din, " e ti dico che non entrerò a Baghdad di sera, ma vi entrerò solo di mattina, così che tutti gli abitanti della città possano vedere me e le mie mercanzie. " Così scaricarono le bestie e si accamparono in quel luogo. A mezzanotte Alà ed-Din, uscito dalla tenda per fare un bisogno, vide qualcosa che luccicava nell'oscurità. Chiamò lo sceicco Kamal e gli disse: " 0 capo della carovana,cos'è che luccica? " Quello aguzzò la vista e capì che si trattava di lance e spade. Ed ecco infatti che di lì a poco piombò su di loro una masnada di beduini, capeggiati dallo sceicco Aglàn Abu Naib, e i beduini, avvicinatisi al campo e visti i carichi di mercanzie, gridarono: " Questa sarà una notte di bottino! " Udendo ciò, Kamal ed-Din si fece incontro ai predoni gridando loro: " Via di qui, cani di beduini! " Allora lo sceicco Abu Naib lo colpì con una lancia in mezzo al petto, e la punta dell'arma uscì dalle spalle, e lo sceicco Kamal cadde morto davanti alla tenda. Poi i beduini piombarono sugli altri e li trafissero allo stesso modo, mentre Alà ed-Din rimaneva impalato dal terrore a guardare. Alla fine i beduini, che non si erano accorti di Alà ed-Din, caricarono le balle di mercanzia sulle bestie e si allontanarono. Ma a un certo punto il loro capo, lo sceicco Abu Naib, chiese ai suoi uomini: " 0 arabi, questa carovana veniva dall'Egitto o usciva da Baghdad? " Quelli gli risposero: " Veniva dall'Egitto ed era diretta a Baghdad. " " Tornate all'accampamento e cercate bene, " disse il capo dei predoni, " perché credo che il proprietario di tutta questa mercanzia non sia ancora morto. " Frattanto, Alà ed-Din, temendo che i ricchi abiti che aveva addosso potessero tradirlo, li aveva gettati via rimanendo in camicia e mutande. Poi si era sporcate le vesti con il sangue dei morti e si era nascosto fra i cadaveri. Ma ecco che i beduini tornarono e cominciarono a frugare fra i morti e a trafiggerli con le lance e a colpirli con le spade. Giunti vicino al punto dove si trovava disteso Alà ed-Din, uno di essi gridò: " Tu fai il morto, ma ora io ti ammazzerò sul serio! " Allora Alà ed-Din esclamò: " Non v'è forza né potenza se non in nome di Allah! " E la lancia del beduino fu deviata e colpì nuovamente il cadavere dello sceicco Kamal ed-Din. E appena i predoni si furono allontanati Alà ed-Din si alzò in piedi e si mise a correre. Ma il capo dei beduini, Abu Na'ib, lo vide e disse: " Arabi, ho visto qualcosa che si muove laggiù! " Uno dei beduini si alzò sulla sella e vide Alà ed-Din che correva. Allora spronò il cavallo e lo inseguì Correndo a perdifiato, Alà ed-Din arrivò a una fontana, vicino alla quale c'era una cisterna, si arrampicò sulla cisterna e si nascose in una nicchia. Ed ecco sopraggiungere il beduino a cavallo il quale cominciò a guardarsi in giro e a tastare le pareti della cisterna per vedere dove poteva essersi nascosto il fuggitivo. Alà ed-Din si raccomandò ancora una volta ad Allah, ed ecco che uno scorpione punse la mano del beduino, il quale cominciò a urlare di dolore e, raggiunti i compagni, si allontanò con questi. Alla fine Alà ed-Din, stanco e sfinito, si addormentò nella nicchia della cisterna. Nel frattempo Mahmùd al-Balkhi aveva ricaricato le sue cose e si era rimesso in cammino. Giunse così alla fontana e alla cisterna dove era nascosto Alà ed-Din. La sua mula assetata si chinò sulla vasca per bere, ma vide riflessa nell'acqua l'immagine di Alà ed-Din e si adombrò. Mahmùd alzò gli occhi e scorse il giovane che, mezzo nudo, se ne stava nascosto nella nicchia. Gli chiese come mai fosse ridotto in quello stato e, dopo aver saputo quel che era successo, gli disse: " Figlio mio, tutto quello che possiedo è tuo. Scendi di là e non temere alcun male. " Alà ed-Din scese dalla cisterna, salì in groppa alla mula di Mahmùd- e insieme arrivarono a Baghdad alla casa del mercante. Quivi giunti, Mahmùd fece preparare un bagno per Alà ed-Din, profumi e ricche vesti.

Quindi si misero a tavola e mangiarono e bevvero a sazietà; infine Mahmùd al-Balkhi, il cui cuore era stato vieppiù infiammato dalla vista delle nudità di Alà ed-Din quando se ne stava discinto nella nicchia sopra la cisterna, si gettò sul giovane cercando di abbracciarlo e di baciarlo e promettendogli vesti, muli e mercanzie. Ma Alà ed-Din gli sfuggì dicendo: " Insisti ancora con questa faccenda? Non ti. ho detto forse che una simile mercanzia io non la vendo? Ora tieniti pure i tuoi vestiti e i tuoi muli ed aprimi la porta perché io me ne vado. "

Così Alà ed-Din uscì nella notte e si avvio per la città deserta. A un certo punto arrivò davanti alla porta di una moschea e, non sapendo dove andare, entrò pensando di passarvi la notte. Ma ecco che vide arrivare verso di lui due mercanti, uno vecchio e l'altro giovane, accompagnati da due schiavi che reggevano dei lumi. Il più anziano dei due, dopo avere osservato attentamente Alà ed-Din gli disse: " La pace sia su di te! Sei straniero, ragazzo mio? " " Sono egiziano, " rispose Alà ed-Din, " mio padre è Shams ed-Din, capo dei mercanti del Cairo. Io ero in viaggio verso questa città con un carico di mercanzie quando sono stato assalito dai beduini, che mi hanno spogliato di ogni cosa. Così, non sapendo dove andare, mi sono rifugiato in questa moschea per passare la notte. " " Sia benedetto Allah che ti ha messo sul nostro cammino! " esclamò il vecchio. " Figlio mio, ti., andrebbe di guadagnare mille dinar, più un vestito che ne vale altri mille e una mula che vale pure mille dinar? " " E che cosa dovrei fare per tutto questo? " chiese Alà ed-Din. " Sappi, ragazzo mio, " cominciò a spiegare il vecchio, " sappi che questo giovane è figlio di un mio fratello, e che io l'ho fatto sposare qualche tempo fa con la mia unica figlia che ha nome Zubaida. Ora, giorni fa è accaduto che costui, in un momento d'ira, pronunciasse contro la moglie, per tre volte, la formula del ripudio. Zubaida, che non può sopportare costui, lo prese in parola, si velò il volto, poiché da quel momento il marito era diventato per lei un estraneo, e se ne andò da casa. Questi pentito del suo gesto, è venuto poi da me a chiedermi di ridargli indietro la moglie. Ma come tu sai la legge musulmana prescrive che un uomo non possa riprendersi indietro la moglie che ha ripudiato, a meno che questa non abbia contratto un nuovo matrimonio e sia stata ripudiata dal nuovo marito. Ora, se tu sei d'accordo, andremo dal cadì,1 stipuleremo un contratto di nozze, tu passerai la nottata con Zubaida e domani mattina sul far del giorno la ripudierai. Poichè sei straniero e nessuno ti conosce, la cosa rimarrà segreta fra te, noi e il cadì e non vi sarà scandalo. Tuttavia, se domani rifiuterai di ripudiare tua moglie, dovrai sborsare una dote di diecimila dinar ".

Dopo avere ascoltato questa proposta, Alà ed-Din pensò fra sé: " Passare la notte facendo all'amore, al coperto e su un buon letto, è sempre meglio che passarla per la strada. In più, domani mattina mi troverò in tasca mille dinar, un vestito e una mula. L'affare mi sembra vantaggioso. " Alà ed-Din disse che accettava, e subito lui e il vecchio si recarono dal cadì, che stese il contratto di nozze. Ciò fatto, il vecchio mercante e Alà ed-Din andarono in casa della donna divorziata e il padre, entrato nelle stanze della figlia, disse a costei: " Figlia mia, ti ho trovato per marito un bel giovane chiamato Alà ed-Din, trattalo con cortesia e passa con lui una bella nottata. Questo è il contratto di nozze. " Quindi il vecchio andò a raggiungere Alà ed-Din e lo pregò di aspettare nel vestibolo fintanto che la figlia non si fosse preparata per riceverlo. Ciò detto se ne andò.

Nel frattempo, il marito di Zubaida si era recato a trovare la sua vecchia balia, una donna assai scaltra, e le aveva detto: " Madre mia, inventa qualche astuzia affinchè Zubaida e questo giovane non giacciano insieme questa notte. " " Nulla di più facile! " disse la vecchia. E, copertosi il volto con il velo, se ne andò difilato alla casa di Zubaida, dove, nel vestibolo, incontrò Alà ed-Din. " Ho portato le medicine per la giovane divorziata, povera ragazza! " disse la vecchia. " A che servono queste medicine? " chiese Alà ed-Din. " La povera giovane, " rispose la vecchia, " è afflitta dalla lebbra, e io spero, con questi unguenti, di riuscire un giorno o l'altro a guarirla. " " Afflitta dalla lebbra? " esclamò Alà ed-Din. " E io che dovevo giacere con lei questa notte! " " Allah ti preservi! " esclamò la scaltra vecchia. " Se ti è cara la purezza del tuo corpo, ti consiglio di non farlo. " E detto questo la vecchia entrò nelle stanze di Zubaida, alla quale tenne più o meno lo stesso discorso.

Allora Zubaida disse che non voleva avere alcun contatto con quel giovane e che avrebbe preferito morire piuttosto che contagiarsi con la lebbra. Chiamò una schiava e le ordinò di portare da mangiare al giovane che era nel vestibolo lasciandolo dove si trovava. Alà ed-Din mangiò quello che la schiava gli portò; quindi, non vedendo comparire nessuno, per ingannare il tempo, si mise a recitare, con la sua voce fresca ed armoniosa, una sura del Corano. Udendo quella voce, Zubaida tese l'orecchio e pensò in cuor suo: " Quella vecchia della malora mi ha ingannato. Come può un lebbroso avere una voce simile? Per Allah, voglio vedere questo giovane e introdurlo presso di me. " Ciò detto, scostò la tenda e si affacciò alla stanza dove stava Alá ed-Din, e gli fece cenno di seguirla e lo precedette nella camera da letto ondeggiando le anche in un modo tale da far rizzare in piedi anche un vecchione'. Guardandola, Alà ed-Din si sentì rimescolare il sangue, perché Zubaida era bella come la luna piena, flessuosa come un ramo di salice, profumava d'ambra e aveva uno sguardo di gazzella. Ciò non di meno, quando ella gli andò vicino, Alà ed-Din le disse: " Allontanati da me perché non voglio contagiarmi con la lebbra. " Allora Zubaida, dopo essersi scoperto un braccio, che era bianco e puro come l'argento, gli disse: " Allontanati tu, piuttosto, che sei lebbroso. " " Chi te lo ha detto? " fece Alà ed-Din. " La vecchia. " " E a me la vecchia ha detto la stessa cosa di te. " Allora Alà ed-Din si aprì la veste e le mostrò il suo corpo che era come argento puro, ed ella fece altrettanto, e si coricò sul letto attirandolo a sé. Così Alà ed-Din, accompagnando per mano il suo bambino, a passare per la Porta dei Trionfi, per la Porta del Pelo, per la Porta delle Vittorie, e lo condusse a visitare il suk del lunedì, e quello del martedì, del mercoledì, del giovedì, dove trovò che il tappeto era della dimensione giusta della sala, quasi che l'architetto avesse preso la misura delle due cose.

Quando venne il mattino, Alà ed-Din disse alla fanciulla: " Zubaida, cuore mio, purtroppo devo abbandonarti! " " Che cosa significa tutto questo? " " Significa, " rispose Alà ed-Din, " che tuo padre mi ha fatto firmare un contratto per cui, o io ti ripudio questa mattina in modo che tuo marito possa risposarti, oppure dovrò darti una dote di diecimila dinar, che purtroppo in questo momento non posseggo. " Zubaida rimase un istante soprappensiero poi disse: " Signore mio, dopo questa notte, per nulla al mondo mi separerò da te. Fa' come ti dico e vedrai che tutto andrà bene. " " Sì, ma io non ho i denari, " disse Alà ed-Din. " Non preoccuparti, " disse Zubaida. " Quando ti chiameranno, tu va' dal cadì e digli che non vuoi più ripudiarmi. Poi digli che non hai i denari per pagare la donazione e chiedi qualche giorno di respiro. Il cadì è un brav'uomo, e poi gli piacciono molto i bei ragazzi. Tu,lanciagli qualche occhiata assassina, in modo che quello si senta sdilinquire tutto, e vedrai che ti accorderà ciò che chiederai. Per essere più sicuri, prendi questi cento dinar, è tutto quello che mio padre mi ha lasciato, e non dimenticare di fare qualche regalo al cadì e ai suoi assistenti. Poi, Allah provvederà ai nostri bisogni. " E così fu fatto. Quando il messo del cadì venne a chiamare Alà ed-Din, questi gli regalò cinque dinar e gli spiegò il caso suo, e il messo gli diede perfettamente ragione, dicendogli che nessuna legge musulmana poteva obbligarlo a ripudiare la propria moglie e aggiungendo che avrebbe perorato per lui davanti al cadì. Così Alà ed-Din, accompagnato dal messo, si recò in tribunale; quivi giunto, Alà ed-Din si gettò in ginocchio davanti al cadì e gli prese la mano, sulla quale depose un bacio e cinquanta dinar, quindi fra un'occhiata e l'altra, che avrebbero fatto liquefare anche un santo, gli espose il suo caso. Dopo avere ascoltato, il cadì sentenziò: " Secondo le leggi musulmane, nessuno può essere obbligato a ripudiare la propria moglie. Perciò noi assegnamo a questo giovane dieci giorni di tempo per pagare il suo debito. " E fra sé e sé il cadì pensò: " Per Allah, questo bel giovane val bene diceimila dinar. Sarei ben lieto di darglieli io, se egli acconsentisse. "

Così Alà ed-Din uscì dal tribunale e comperò tutto quanto occorreva per la cena; poi tornò dalla moglie e le raccontò quello che era successo. Mangiarono e bevvero e fecero all'amore. E quando furono sazi dell'una e dell'altra cosa Alà ed-Din chiese a Zubaida di fargli sentire un po' di musica. Zubaida prese il liuto e cominciò a cantare con voce dolcissima una . canzone. Suonava così bene che avrebbe fatto ballare le rocce e avrebbe costretto gli uccelli ad arrestare il loro volo nel profondo del cielo per ascoltare la sua musica.

Mentre stavano dilettandosi in tal modo, sentirono bussare alla porta di casa. Alà ed-Din andò ad aprire e trovò quattro dervisci. " Che cosa volete? " chiese. " Signore, " risposero quelli, " siamo quattro dervisci e veniamo da paesi stranieri. Abbiamo sentito uscire da questa casa una musica meravigliosa, e c la musica e i versi sono l'alimento del nostro spirito, ti chiediamo di concederci ospitalità per questa notte, e domani mattina ce ne andremo per la nostra strada. " Alà ed-Din li fece entrare e li accolse onorevolmente, offrendo loro cibi e bevande. Ma uno dei dervisci disse: " Per Allah, solo i bruti si preoccupano del cibo. A noi basta alimentare lo spirito con musica e canti raffinati. Ma dicci, chi era che suonava il liuto così bene? forse una suonatrice di professione? " Alà ed-Din disse loro che era sua moglie e raccontò tutta la storia del contratto di nozze e dei diecimila dinar. Allora il derviscio che aveva parlato per ultimo disse: " Figlio mio, non ti affliggere. Sappi che io sono il capo di una comunità di quaranta dervisci. Grazie ad Allah, noi ce la passiamo abbastanza bene. Così raccoglierà per te fra i miei fratelli diecimila dinar e te li farò avere entro dieci giorni. Ma adesso ti prego, va' a dire alla tua sposa che suoni e canti dietro la tenda per rallegrarci lo spirito; infatti la musica è per alcuni un alimento, per altri un farmaco, per altri ancora è un refrigerio simile a un ventaglio; per noi è tutte e tre le cose insieme. "

Ora bisogna sapere che quei quattro dervisci altri non erano che il califfo Harùn ar-Rashìd, il suo visir Giàafar el-Barmaki, il poeta Abu Nuwàs al-Hasan ibn Hani e Masrùr il carnefice, i quali si erano trovati a passare di notte accanto a quella casa perché il califfo, sentendosi irrequieto e non riuscendo a dormire, aveva detto al visir Giàafar: " Poiché il sonno non viene a trovarci, desideriamo uscire e andare in giro per la città. " Così tutti e quattro si, erano travestiti da dervisci e se ne erano andati a spasso per Baghdad. Passando vicino alla casa di Alà ed-Din avevano sentito la musica e avevano desiderato sapere chi fosse l'eccezionale suonatrice.

Trascorsero lietamente, come si è detto, la nottata e al mattino se ne andarono, ma prima di partire il califfo mise cento dinar sotto il tappeto; quindi presero congedo e se ne andarono per la loro strada. Quando Zubaida sollevò il tappeto, trovò i cento dinar e disse ad Alà ed-Din: " Guarda cosa ho trovato sotto il tappeto! Devono averceli messi quei dervisci prima di andarsene. " Alà ed-Din prese i denari e andò al mercato a comperare riso, carne d'agnello, fagioli, melanzane, burro e tutto quanto occorreva per il desinare.

La sera Alà ed-Din accese i lumi e disse alla moglie: " I dervisci non sono venuti a portare i diecimila dinar che avevano promesso; è chiaro che sono povera gente e non hanno di che far fronte alle loro promesse. " Ma, mentre parlava cosi, ecco che i dervisci bussarono alla porta. Alà ed-Din aprì, li introdusse e domandò loro: " Mi avete portato i diecimila dinar? " E quelli risposero: " Ancora non siamo riusciti a procurarceli, però tu non avere alcuna preoccupazione. Domani, con l'aiuto di Allah, sarai servito. Ora di' a tua moglie che ci suoni un po' di musica per rinfrancare i nostri cuori. " E Zubaida intrattenne con il suo liuto i dervisci fino a che spuntò la prima luce dell'alba. Il califfo pose allora cento dinar sotto il tappeto, si congedò da, Alà ed-Din e i quattro dervisci se ne andarono per la loro strada.

Le cose andarono avanti allo stesso modo anche nelle notti successive. E ogni notte il califfo deponeva cento dinar sotto il tappeto. intanto il califfo Harùn ar-Rashìd aveva mandato a chiamare un mercante fra i maggiori della città di Baghdad, e gli aveva detto: -" Voglio cinquanta balle di dabi qi e voglio che ogni balla valga mille dinar. Voglio anche uno schiavo abissino. " Il mercante fece quanto era stato ordinato e il califfo diede allo schiavo un bacile ed una brocca d'oro, cinquanta muli per portare le mercanzie e una lettera che doveva sembrare come se fosse stata scritta da Shams ed-Din, capo dei mercanti del Cairo, al proprio figlio Alà èd-Din. Poi il califfo Harùn ar-Rashìd disse allo schiavo: " Carica tutta questa roba sui muli e recati nella strada dove si trova il.capo dei mercanti e comincia a domandare in giro : < Dove abita il signor Alà ed-Din? > La gente ti indicherà la strada e la casa. " Lo schiavo caricò i muli come gli aveva ordinato- il califfo e andò dove gli aveva ordinato il califfo. Per strada incontrò il capo dei mercanti di Baghdad, il padre di Zubaida, il quale gli' domandò: " Di chi è tutta questa roba? " E lo schiavo rispose: " Tutte queste merci appartengono al signor Alà ed-Din, e gliele manda suo padre, Shams ed-Din, capo dei mercanti del Cairo, il quale ha saputo che suo figlio è stato assalito dai beduini nel deserto e depredato .di ogni suo avere. Su queste mule ci sono carichi di stoffa, per cinquantamila dinar e vesti di gran pregio e un bacile e una brocca d'oro. " Allora il padre di Zubaida disse: " La persona che tu cerchi è mio genero, e io ti indicherò dove abita. "

Intanto, Alà ed-Din se ne stava a casa pieno di afflizione perché quello era il decimo ed ultimo giorno della proroga concessagli dal cadì. Quand'.ecco senti bussare alla porta e si disse in cuor suo: " Allah, sa quello che fa! Certamente questo è un messo del tribunale che viene ad intimarmi il pagamento. " Alà ed-Din andò ad aprire la porta e vide il suocero insieme con uno schiavo abissino a cavallo di un mulo. Lo schiavo smontò dalla cavalcatura e baciò la mano di Alà ed-Din, il quale gli chiese: " Che cosa vuoi? " " Signore, " disse lo schiavo, " io sono il servo del signor Alà ed-Din, figlio di Shams ed-Din, capo dei mercanti del Cairo; mi ha mandato a lui suo padre ordinandomi di consegnargli questa lettera. " Alà ed-Din prese la lettera, l'aprì e lesse quanto segue:

" Salute e felicità da Shams ed-Din a suo figlio Alà ed-Din. Mi è stato riferito, figlio mio diletto, che la tua carovana è stata assalita dai predoni e che tu hai perduto merci e denari ' Ti mando perciò questi cinquanta muli carichi di mercanzie per un valore di cinquantamila dinar. Insieme, ti mando dei vestiti e una brocca e un bacile d'oro in regalo per la tua sposa. Abbiamo infatti saputo che hai sposato una giovane e che ti sei impegnato a pagare una dote di diecimila dinar. Le merci che ti inviamo serviranno più che abbondantemente a questo scopo, se tu, come ci è stato riferito, vuoi conservare presso di te la giovane avendola trovata di tuo gusto. Tutto questo è stato affidato al tuo schiavo Selìm. Non affliggerti per la roba perduta, perché è servita a salvarti la vita. A casa stanno tutti bene e ti salutano e attendono il tuo ritorno. "

Alà ed-Din disse allora al suocero: " Suocero mio, prenditi queste merci e vendile come vuoi; trattieni per te l'utile e rendimi il capitale." "No, per Allah, " rispose il suocero, " io non voglio nulla, e quanto alla dote mettiti d'accordo con tua moglie. " Ma ecco che sopraggiunse l'ex marito di Zubaida il quale disse al suocero: " Zio mio, fa' che Alà ed-Din ripudi come aveva promesso la moglie! " " Ciò non è possibile, " rispose il suocero, " se egli non vuole farlo. Ora ha in mano il contratto ed ha i denari per pagare la dote. " Allora il giovane se ne tornò a casa pieno di afflizione e si ammalò; e poiché la malattia era mortale, mori.

Quanto ad Alà ed-Din, dopo essersi recato, come al solito, al mercato a comprare cibi e bevande, tornò a casa e, dopo avere apparecchiato ogni cosa per la cena, disse a Zubaida: " Quei dervisci sono stati dei gran bugiardi; ci avevano fatto una promessa e non l'hanno mantenuta. " " Se tu, " rispose Zubaida, " che sei il figlio del capo dei mercanti, non avevi nemmeno una moneta, cosa vuoi che abbiano dei poveri dervisci? " " Fortuna che Allah misericordioso ha provveduto per noi. Se questa sera però vengono li lascerò in istrada. " " Perché? " chiese Zubaida. " Dobbiamo a loro e ai cento dinar che ci lasciavano sotto il tappeto se abbiamo potuto attendere fino all'arrivo delle mercanzie di tuo padre. "

Quando venne la sera, Alà ed-Din accese i lumi e invitò Zubaida a suonare e cantare. Ed ecco che si senti bussare alla porta. Alà ed-Din scese e vide i quattro dervisci. " Siete dei bugiardi, " disse loro," ma siete lo stesso i benvenuti. Entrate! " Alà ed-Din li fece sedere accanto a sé, diede loro cibi e bevande. Dopo che si furono saziati, i dervisci dissero: " Signore, eravamo molto preoccupati per te: come è andata a finire quella storia con tuo suocero? " Alà ed-Din rispose: " Allah misericordioso ha provveduto al nostro bisogno e anche di più. " Più tardi il califfo Harùn ar-Rashìd si allontanò per andare a fare un bisogno e allora il poeta Abu Nuwàs si piegò all'orecchio di Alà ed-Din e gli disse: " Stai attento a come parli, perché sei in presenza dell'Emiro dei credenti! " " Mi sono forse comportato male in presenza dell'Emiro dei credenti? " chiese Alà-ed-Din. " E chi di voi è l'Emiro dei credenti? " " Quello che è uscito or ora è il califfo Harùn ar-Rashìd, Principe dei credenti; questi è il visir Giàafar, questi è Masrùr il carnefice e io sono Abu Nuwàs, il poeta. E adesso, mio caro ospite, lascia che ti faccia una domanda e rifletti bene per un momento. Quanti giorni di viaggio ci sono fra il Cairo e Baghdad? " " Quarantacinque giorni. " " Tu sei stato assalito dai predoni solo dieci giorni fa; ebbene, " soggiunse Abu Nuwàs, " come avrebbe potuto la notizia giungere fino a tuo padre e come, avrebbe potuto questi allestire una nuova carovana e fartela pervenire nel giro di dieci giorni? " Alà ed-Din ammise di non averci pensato tanta era stata l'emozione di veder finiti i suoi guai, poi soggiunse: " Ma allora, da chi mi viene tutta questa roba? " " Dal califfo Harùn ar-Rashìd, Emiro dei credenti, per via del grande affetto che ti porta. " " E perché questo affetto? " chiese Alà ed-Din. E Abu Nuwàs rispose: " Perché sei giovane e bello. Il califfo, che Allah lo protegga, ritiene che la vista di un volto grazioso, di un giovane bello e simpatico, sia una cosa che non ha prezzo. " Intanto, Harùn ar-Rashìd rientrò nella stanza e si sedette al suo posto sul tappeto. Allora Alà ed-Din gli si gettò dinanzi e baciando la terra davanti a lui gli disse: " Allah ti conservi, o Emiro dei credenti, e non ci privi mai della tua generosità e della tua clemenza! " " Alà ed-Din, " rispose il califfo, " di' a Zubaida che ci faccia sentire della bella musica per festeggiare questa felice giornata. " E Zubaida suonò una musica che è da annoverare fra le meraviglie del mondo e che avrebbe mandato in estasi perfino i sassi. Così trascorsero lietamente le ore fino al mattino, allorchè il califfo si alzò e disse ad Alà ed-Din: "Ti aspetto domani a palazzo." " Ascolto e obbedisco, o Emiro dei credenti, se Allah lo vuole. "

Il giorno dopo Alà ed-Din riempì un cofano con doni preziosi e si recò al cospetto del califfo, ai cui piedi depose il cofano e, baciando la terra, disse: " 0 Emiro dei credenti, il Profeta, che Allah gli dia pace e benedizioni, non disdegnava di accettare i doni per non dispiacere a coloro che glieli offrivano. Il tuo servo sarebbe felice se tu volessi accettare questo piccolo cofano quale segno della sua riconoscenza. " Il califfo fu lieto di questa attenzione di Alà ed-Din ed accettò i doni dicendogli: " La tua presenza, Alà ed-Din, è già un dono per noi! Sii dunque il benvenuto nel mio palazzo e voglio che sin da oggi tu abbia un alto incarico. " Detto ciò gli fece dare una veste d'onore e lo nominò capo dei mercanti, e volle che sedesse nel suo consiglio. Quindi il califfo ordinò che fosse fatto un decreto con il quale veniva comunicata a tutti la nomina di Alà ed-Din. Poì consegnò il decreto al governatore di Baghdad, il quale lo diede all'araldo, affinchè in tutta la città venisse bandito che: " L'unico capo dei mercanti è Alà ed-Din e non vi è altro capo all'infuori di Alà ed-Din. L'Emiro dei credenti ordina che egli sia obbedito, riverito, rispettato ed onorato! " Così Alà ed-Din aprì bottega e vi pose lo schiavo Selìm affinchè vendesse e comprasse, mentre egli si recava ogni giorno al consiglio del califfo. Ora, accadde che una volta, mentre sedeva, come era solito fare, in consiglio, venne annunciato al califfo che un alto dignitario, suo commensale era stato accolto dalla misericordia di Allah. Subito il califfo si fece venire davanti Alà ed-Din, gli fece dare una ricchissima veste e lo nominò suo commensale, fissandogli un appannaggio di mille dinar. E un altro giorno avvenne che, mentre Alà ed-Din si trovava al consiglio del califfo, entrò il gran ciambellano il quale, prosternandosi davanti ad Harùn ar-Rashìd, disse: " 0 Emiro dei credenti, che Allah raddoppi i tuoi giorni! Devo annunciarti che poco fa è morto il comandante del Palazzo! " Allora il califfo ordinò immantinente che venisse data una veste d'onore ad Alà ed-Din e lo nominò comandante di Palazzo, e poichè il defunto non aveva lasciato né moglie né figli, ordinò anche che Alà ed-Din gli succedesse nel patrimonio. Ciò fatto, mise in libertà il consiglio, e Alà ed-Din se ne uscì avendo al suo seguito Ahmed ed-Danif, capitano dell'ala destra del califfo, e Hasan Shumàn, capitano dell'ala sinistra, ciascuno con quaranta uomini. Allora Alà ed-Din si volse ad Hasan Shumàn e disse: " Intercedi per me presso Ahmed ed-Danif affinchè mi accetti per figlio davanti ad Allah. " E Ahmed accettò e disse ad Alà ed-Din: " Ti scorterò ogni giorno fino al consiglio. " Così Alà ed-Din assolse per qualche tempo i suoi doveri presso il califfo.

Ora avvenne che una sera Alà ed-Din, mentre se ne stava in casa con la moglie Zubaida, dovette allontanarsi un momento per fare un bisogno. E, mentre se ne stava nel cesso, udì un grido fortissimo, accorse e vide la moglie stesa per terra. Le pose una mano sul cuore e si accorse che era morta. La mattina dopo vennero fatte le esequie e questa fu la fine di Zubaida.

Alà ed-Din si vesti a lutto e per il grande dolore che provava abbandonò le sedute del consiglio, al punto che un giorno il califfo disse a Giàafar: " 0 mio visir, per quale ragione Alà ed-Din diserta le sedute del consiglio? " " 0 Emiro dei credenti, " rispose Giàafar, " è desolato per la morte di Zubaida. " Allora il califfo disse: " È nostro dovere consolarlo. Vogliamo recarci subito da lui. " E così, scortato da servi e da guardie, il califfo si recò a casa di Alà ed-Din, il quale gli andò incontro e, prosternandosi dinanzi a lui, baciò la terra dicendo: " Allah ti conceda bene per il bene che fai! " " Alà ed-Din, " chiese il califfo, " perché hai disertato il consiglio? " " A causa della morte di mia moglie Zubaida, o Emiro dei credenti. " " Sgombra il cuore da ogni pena, perché il dolore non ti servirà a nulla. " " 0 Emiro dei credenti, il mio dolore finirà solo quando io sarò morto e sarò sepolto accanto a lei. " Allora il calino recitò i versi del poeta: " Ogni nato di donna, anche se fu lunga la sua vita, un giorno sarà posto nella bara. Come può essere lieto e godere la vita colui al quale un giorno sarà gettata la terra sul volto? " Terminate che ebbe le condoglianze, il califfo disse a Alà ed-Din: " 0 Alà ed-Din, io ho nel mio palazzo una schiava di nome Qut al-Qulùb, la quale canta e suona meravigliosamente il liuto. Voglio che essa venga a stare da te e che ti rallegri l'animo e ti consoli della tua pena."

Ciò detto il califfo tornò al Palazzo e ordinò agli eunuchi che Qut al-Qulùb venisse portata a casa di Alà ed-Din con tutte le sue robe e con quaranta ancelle. " Ascoltiamo e ubbidiamo, " risposero gli eunuchi. E ciò fu fatto.

Quando Qut al-Qulùb fu giunta a casa di Alà ed-Din, gli eunuchi si presentarono a lui e gli dissero: " Signore, noi siamo al servizio di Qut al-Qulùb, la quale ti saluta e ti informa che il califfo l'ha donata a te e pertanto altro non desidera che una tua visita. " E Alà ed-Din rispose: " Ditele che è la benvenuta in questa casa, ma che per tutto il tempo che rimarrà presso di me io non entrerò nel suo ap- partamento, perché quello che è stato del padrone non può essere del servo. "

Ora avvenne che un giorno Alà ed-Din non si presentò al consiglio, e il califfo disse al visir Giàafar: " Ho regalato ad Alà ed-Din Qut al-Qulùb perché lo rallegrasse e gli facesse dimenticare la morte della moglie. Ma vedo che oggi non si è presentato al consiglio. Voglio recarmi da lui per scoprire la cagione di questa assenza. " Ciò detto il califfo si recò a casa di Alà ed-Din e subito vide sul suo volto l'ala della malinconia. " Come mai questa malinconia? " gli chiese. " Non sei forse entrato da Qut al-Qulùb? " Al che Alà ed-Din rispose:' " 0 Emiro dei credenti, quel che va bene per il padrone non va bene per il servo. Io non sono mai entrato da lei e non so quanto sia lunga e quanto sia larga. Ti prego perciò di toglierla dalla mia casa! " Tornato a Palazzo, il califfo disse al visir Giàafar: " Recati al mercato delle schiave e comprane una da diecimila dinar per Alb ed-Din. " Così l'indomani il visir prese Alà ed-Din e insieme con lui si recò al mercato delle schiave. Ma si diede il caso che in quello stesso giorno il governatore della città, l'emiro Khalid, fosse andato anch'egli al mercato con l'intenzione di comprare una schiava per suo figlio. La ragione di ciò era che sua moglie, di nome Khatùn, gli aveva generato un figlio, chiamato Assalonne Bazaza, il quale la notte precedente aveva avuto la sua prima polluzione. La madre era subito andata a trovare il marito e gli aveva detto: " Nostro figlio, che ha vent'anni, ha finalmente raggiunto la pubertà. Bisogna trovargli moglie. " " Come vuoi, o donna, " le aveva risposto l'emiro Khalid, " che possiamo trovare una moglie per questo ragazzo, il quale è imbelle, sudicio, disgustoso e ripugnante? " Decisero così di comprargli al mercato una schiava che lo soddisfacesse. Ecco dunque come mai,per il volere di Allah l'altissimo, in quello stesso giorno si recassero al mercato delle schiave il visir Giàafar con Alà ed-Din e l'emiro Khalid con suo figlio Assalonne Bazaza. Ed ecco che, mentre erano al mercato, passò una schiava alta e snella, bella come la luna del ramadàn, tenuta per mano da un venditore. Assalonne Bazaza la guardò, sospirò e disse al padre: " Padre mio, comprami quella schiava. " Allora il governatore domandò alla schiava il suo nome e quella gli rispose: " Mi chiamo Yasmin. " " Ebbene, figlio mio, " disse il governatore, " se la schiava ti piace fa' un'offerta. " " Qual è il suo prezzo? " chiese il giovane al mercante. E saputo che il prezzo base era mille dinar offrì mille dinar e uno. Intanto, anche il visir Giàafar aveva mostrato quella schiava ad Alà ed-Din e gli aveva chiesto se gli conveniva e avutane risposta affermativa cominciò anch'egli a concorrere all'asta. E allorchè Assalonne Bazaza offri mille dinar e uno, Giàafar offrì duemila dinar. Ed ogni volta che Assalonne Bazaza aumentava di un dinar, Giàafar aumentava di mille dinar. Alla fine, quando arrivarono a diecimila dinar, Assalonne Bazaza dovette ritirarsi dall'asta e la schiava Yasmìn venne assegnata ad Alà ed-Din. Allora Alà ed-Din prese la schiava e davanti a tutti la liberò pronunciando la formula in nome di Allah Altissimo. Quindi fece stendere un contratto di nozze e se la portò a casa. Quando Assalonne Bazaza vide che Alà ed-Din aveva comperato la schiava Yasmìn, si diede a gemere e a sospirare, brutto e laido com'era, quindi tornò a casa, dove si gettò su un letto rifiutando il cibo e le bevande e cacciando mille sospiri d'amore. Passarono i giorni e le condizioni di Assalonne Bazaza non migliorarono, anzi, andarono peggiorando e si temette ch'egli stesse perdendo la ragione. Sua madre, meschina, girava per casa avvolta nel manto dell'afflizione. Un giorno che se ne stava nelle sue stanze a lamentarsi sulla sorte del figlio, ecco che si presentò a lei una vecchia, madre di un certo Ahmed Qamaqim.

Questo Ahmed Qamaqìm era noto in tutta Baghdad per essere un ladro fra i più abili che fossero mai esistiti. Era tanta la sua destrezza, che sapeva scassinare porte e forare muri in men che non si dica e sarebbe stato capace di portar via il kuhl dagli occhi di una donna senza che questa se ne accorgesse. Ma un giorno era accaduto, per volontà di Allah Onnipotente, che questo ladro famoso venisse colto sul fatto, arrestato, deferito al tribunale del califfo e condannato a morte. Ahmed Qamaqim si pose allora sotto la protezione del visir, il quale intercedette presso il califfo e lo convinse a commutare la pena di morte in una condanna alla prigione perpetua. Ma la vecchia madre di Ahmed Qamaqìm non sapeva darsi pace. Perciò entrò quel giorno in casa della moglie del governatore sperando di indurla a intercedere presso il marito. Trovandola avvolta nel manto dell'afflizione, le chiese: " Come mai così afflitta? " " Per via di mio figlio, Assalonne Bazaza, che sicuramente morirà un giorno di questi. " " Allah lo salvi! Quale malattia lo ha colpito? " Allora la moglie del governatore le raccontò tutta la storia della schiava Yasmìn e la vecchia, dopo aver riflettuto un po', disse: " E se qualcuno inventasse un modo i Polvere nera per tingere le palpebre per salvare tuo figlio? " " E chi mai potrebbe fare ciò? " chiese la moglie del governatore con un barlume di speranza. " Sappi, o signora, " disse la vecchia " che nulla è impossibile a mio figlio Ahmed Qamaqim, il quale, però, si trova ora in carcere condannato alla prigione perpetua. Ora tu fa' come ti dico: indossa le tue vesti più belle, mettiti tutti i monili, profumati e accogli tuo marito, quando tornerà a casa, con sorrisi e moine, si che egli senta muoversi l'eredità di suo padre. E quando ti richiederà ciò che i mariti di solito chiedono alle mogli, tu rifiuterai, e poiché non v'è nulla di meglio che un rifiuto per acuire il desiderio, quando lui insisterà tu digli: < Se io faccio con te ciò che chiedi, tu mi darai quello che voglio?> Lui ti risponderà: E tu allora digli: < Prima giura che me lo darai. > E dopo che avrà giurato fagli questo discorso: " La moglie del governatore fece quanto le aveva. detto la vecchia e ottenne dal marito ciò che aveva chiesto. Così, il giorno dopo, il governatore si alzò, fece le abluzioni, recitò la preghiera del mattino, quindi andò alla prigione, dove ordinò che fosse tirato fuori Ahmed Qamaqim. Lo condusse con sé, ancora incatenato, nella sala delle udienze ' e si gettò a terra davanti al califfo il quale gli chiese: " Emiro Khalid, che cosa è questo? " Poi, avendo riconosciuto Ahmed Qamaqim, gli chiese: " Cosi sei ancora vivo, Qamaqìm? " " 0 Emiro dei credenti, " rispose Qámaqim, " lunga è la vita dell'uomo infelice! " Allora il califfo rivolto al governatore chiese: " Emiro Khalid, per che ragione l'hai condotto alla mia presenza? " E il governatore rispose: " Signore, costui ha una madre vecchia, infelice e priva di qualsiasi appoggio; costei ha supplicato il tuo schiavo di intercedere presso di te, o.Emiro dei credenti, affinché tu le liberi il figlio dalle catene. Costui, o signore, si dichiara pentito dei suoi misfatti. " Harùn ar-Rashìd si rivolse allora ad Ahmed Qamaqlm e gli chiese: " Sei davvero pentito? " E Abmed rispose: " Sono peintito, o Emiro dei credenti, con la lingua e col cuore! " Il califfo fece allora venire un fabbro ferraio, gli fece togliere i ceppi, quindi gli disse: " Poiché non voglio che spinto dal bisogno tu ricada nelle tue antiche scelleratezze, e poiché penso che nessuno in questa città conosca i ladri e i mariuoli meglio di te, così ti nomino capo della polizia. "

Qualche giorno dopo, la madre di Ahmed Qamaqim si recò a trovare il figlio e, dopo avergli raccontato la storia di Assalonne Bazaza e della schiava Yasmìn, gli chiese di escogitare qualcosa affinché il figlio del governatore potesse ottenere la schiava. " Non v'è nulla di più facile, " rispose Alimed Qamaqìm. " Questa notte stessa mi occuperò della faccenda. " Era quella la prima notte del mese e bisogna sapere che l'Emiro dei credenti aveva l'abitudine di passarla con la moglie; ma prima di entrare da lei deponeva sul trono le vesti preziose, il rosario di giada,' il pugnale e il sigillo reale, nonché una piccola lampada d'oro che gli era molto cara. Anche quella notte Harùn ar-Rashìd fece come era solito fare: depose tutte le sue cose nella sala delle udienze, affidandole agli eunuchi.

Ahmed Qamaqim. che era a conoscenza di queste abitudini, attese che si facesse notte fonda; poi, silenzioso come un'ombra, scivolò nella sala delle udienze, dove gli eunuchi, vinti dal sonno, si erano addormentati, si impossessò delle cose del califfo e fuggì via, recandosi difilato a casa di Alà ed-Din. Con l'aiuto di una corda e di un uncino scavalcò il muro. penetrò nel vestibolo e senza fare il minimo rumore tolse una mattonella dal piantito e scavò un buco nel quale depose gli oggetti che aveva preso dalla sala delle udienze.

Non seppe tuttavia resistere alla tentazione di tenere per sé una delle cose che aveva rubato. Così si nascose fra gli abiti la piccola lampada d'oro dicendosi: " Non è nelle mie abitudini lavorare per nulla. " Dopo avere rimesso a posto la mattonella, se ne andò silenzioso come era venuto.

Ora avvenne che la mattina dopo, quando il califfo uscì dalle stanze della moglie, non trovò più né i vestiti, né il sigillo reale, né il rosario, né il pugnale, né la lampada. Fu preso allora da una collera spaventosa e, indossato il vestito del furore, che era un abito tutto di seta rossa, sedette, fremente e taciturno, nella sala del trono, mentre il visir e i ciambellani non osavano guardarlo né fare un gesto. Ma ecco che arrivò il governatore Khalid insieme con Ahmed Qamaqìm. Appena lo vide, il califfo, che ribolliva d'ira, lo apostrofò: " 0 emiro Khalid, come vanno le cose nella città di Baghdad? " " 0 Emiro dei credenti, " rispose il governatore, " la città di Baghdad è tranquilla. " " Tu menti, " gridò il califfo, e gli raccontò ciò che era accaduto, concludendo: " Se -tu non mi riporti ciò che mi appartiene, ti metterò a morte; ma tu prima potrai uccidere Ahmed Qamaqìm, perché nessuno, meglio del capo della polizia, dovrebbe conoscere i ladri e i predoni. " " 0 Emiro dei credenti, " disse il governatore, " il verme dell'aceto è nell'aceto, perché non è possibile che un estraneo penetri nel tuo palazzo. " Allora intervenne Ahmed Qamaqìm il quale disse: " Potente signore, l'emiro Khalid ha interceduto per me, e io ti garantisco che avrai il ladro; seguirò le sue tracce finché non lo avrò preso. Dammi però gli uomini necessari perché chi ha compiuto questa impresa non teme né te né alcun altro. " " Avrai quel che chiedi, " rispose il califfo, " ed avrai altresì un decreto che ti autorizza a perquisire il mio palazzo e le case dei miei dignitari. E chiunque sia il ladro, giuro sulla mia testa, fosse anche mio figlio, sarà impiccato! "

Tenendo dunque in una mano il decreto reale e nell'altra una verga di bronzo, Ahmed Qamaqim cominciò a perquisire le case di tutti i dignitari di corte, fino a che giunse alla casa di Alà ed-Din. Quando Alà ed-Din lo vide con le guardie e il governatore, chiese che cosa avvenisse. Il governatore gli spiegò ciò che era accaduto e Ahmed Qamaqìm aggiunse: " Nobile signore, tu sei al di sopra di ogni sospetto e perciò ti preghiamo di perdonare la nostra intrusione. " " La perquisizione deve essere fatta anche in casa mia! Entrate. " disse Alà ed-Din. Così quelli entrarono e Ahmed Qamaqìm cominciò a girare per il vestibolo picchiando con la verga sulle mattonelle del piantito. Ad un tratto diede un colpo su una mattonella e, questa si spezzò lasciando intravedere al di sotto qualcosa che luccicava. La mattonella venne tolta e nel buco furono trovati gli oggetti rubati. Allora fa redatto un verbale e l'ordine di arresto di Alà ed-Din. Gli tolsero di dosso il turbante e le vesti d'onore, fecero un inventario dei suoi beni e misero i sigilli alla casa. Poi Ahmed Qamaqìm prese la schiava Yasmìn e la portò da sua madre alla quale disse: " Ecco quello che mi avevi chiesto. Consegnala alla moglie del governatore. " La vecchia condusse immediatamente Yasmìn in casa del governatore e, quando Assalonne Bazaza la vide, subito si senti tutto rallegrato e fece per avvicinarsi a lei ed abbracciarla. Ma Yasmìestrasse un pugnale che portava alla cintola e gli gridò" Non accostarti! Altrimenti con questo pugnale ti uccido e ucciderò me stessa! " Cagna! " urlò la signora Khatùn, la madre di Assalonne Bazaza, " come parli? Lascia che mio figlio faccia di te quello che vuole-! " E qual è la legge, " rispose Yasmìn, " che consente alla donna di avere due mariti? E come osa il cane randagio penetrare nell'antro del leone? " Yasmìn rifiutò ostinatamente di avere alcun contatto con Assalonne Bazaza, il quale, struggendosi di desiderio, si ammalò nuovamente. Allora la moglie del governatore, in preda all'ira, disse a Yasmin: " Poiché tu non vuoi soddisfare mio figlio, sarai castigata e nessuno potrà venire in tuo soccorso perché Alà ed-Din morirà tra breve sulla forca." detto, le strappò di dosso le ricche vesti e i gioielli, le fece dare una rozza tunica, e la mandò nelle cucine a tagliare la legna e a pelare le cipolle. E Yasmìn disse: " Soffrirò in pace qualsiasi umiliazione pur di non vedere tuo figlio! " Questo è quello che avvenne di Yasmìn.

Quanto ad Alà ed-Din, le guardie, dopo aver sequestrato gli oggetti trovati in casa sua, lo trascinarono dinanzi al califfo che sedeva sul trono. " Dove avete trovato gli oggetti che mi furono rubati? " domandò il califfo. E quelli risposero: " 0 Emiro dei credenti, li abbiamo trovati in casa di Alà ed-Din. " Il califfo sentì allora che l'ira l'accecava. Prese le sue cose, ma non trovò la lampada. " 0 Alà ed-Din, " gridò, " dov'è la lampada? " " Potente signore, " rispose Alà ed-Din, " io non ho rubato nulla e perciò non so nulla né della lampada né delle altre cose. " " Traditore! " gridò il califfo. " Io ti ho beneficato e ti ho protetto e tu mi tradisci? " E detto questo, ordinò che venisse impiccato.

Intanto però un acquaiolo, che era in servizio presso il consiglio del califfo, si precipitò da Ahmed ed-Danif, il padrino di Alà ed-Din, il quale se ne stava, senza un pensiero al mondo, a godersi il fresco in un giardino. Presentatosi davanti a lui, l'acquaiolo gli baciò le mani e gli disse: " 0 capitano, tu te ne stai qui tranquillo e spensierato e lasci che l'acqua scorra sotto i tuoi piedi e non sai quello che avviene in città! " " E che cosa avviene? " gli chiese Ahmed ed Danif. Allora l'acquaiolo gli rifece quello che stava capitando ad Alà ed-Din. Udita che ebbe la notizia Ahmed ed-Danif si recò immediatamente dal suo collega Hasan Shumàn e gli disse: " 0 Hasan Shumàn, io sono sicuro che Alà ed Din non c'entra per nulla in questo furto; deve trattarsi d'un complotto ordito contro di lui da qualche suo nemico! Perciò è indispensabile che noi lo salviamo dalla forca. " Hasan Shumàn stette un poco a pensare, poi si recò alla prigione e si fece consegnare dal carceriere un condannato che fosse il più possibile somigliante ad Alà ed-Din. Quindi si recò sul luogo dove era stata rizzata la forca, e dove già si trovava Alà ed-Din pronto per l'esecuzione, e costrinse il carnefice, facendogli giurare il silenzio, ad impiccare quell'uomo al posto di Alà ed-Din. Ciò fatto, Hasan Shumàn prese Alà edDin e lo condusse segretamente in casa di Ahmed ed-Danif, il quale, quando vide il giovane, gli disse: " Per Allah, figlio mio, come hai potuto lasciarti tentare da quegli oggetti, proprio tu, nel quale il califfo aveva riposto la sua fiducia e che aveva soprannominato il Fedelissimo? " E Alà ed-Din rispose: " Davanti ad Allah Onnipotente, giuro che questo misfatto non è opera mia né so chi lo abbia commesso! " Ahmed ed-Danif ci stette un po' a pensare, poi disse: " Se così è, figlio mio, questo complotto è opera di un tuo nemico. Prima o poi gliela faremo pagare, Ma intanto bisogna che tu lasci Baghdad, perché la vita è dura quando si ha per nemico un re. " " E dove andrò, padre mio? " " Ti condurrò ad Alessandria, che è una città benedetta da Dio, prospera, e dove la vita è facile. " Ascolto e obbedisco, " rispose Alà ed-Din.

Così l'indomani Ahmed ed-Danif disse ad Hasan Shumàn " Farò uscire di città Alà ed-Din e lo porrò in salvo. Se il califfo domanda di me, digli che sono andato a fare un giro:d'ispezione. " E preso Alà ed-Din uscì da Baghdad. Dopo avere camminato per un pezzo, incontrarono due ricchi ebrei, esattori del califfo, a cavallo di due mule. Ahmed ed-Danif sbarrò loro la strada e disse: " Dovete pagare il pedaggio! " " E perché? " " Perché io, " rispose Ahmed, " sono di guardia in questo luogo. " Si fece dare così cento dinar, ma poi, temendo che quelli riferissero la cosa al califfo, li uccise e si prese anche le mule. Così, a cavallo delle mule, giunsero più speditamente nel porto di Ayyàs. Vendettero una mula e lasciarono l'altra in consegna al padrone della locanda, quindi, nel medesimo giorno, si imbarcarono su una nave che li portò ad Alessandria. Quivi giunti, si misero in giro per il mercato fino a che incontrarono un banditore che vendeva, per conto dell'erario, una bottega e un alloggio con tutto quanto contenevano. Ahmed ed-Danif l'acquistò per mille dinar e v'installò Alà ed-Din dicendogli: " Questo alloggio e questa bottega, con le merci che contiene, sono ora di tua proprietà. Rimani qui, compra e vendi e non darti pensiero, perché Allah misericordioso benedice colui che commercia. Non muoverti da questa città finchè non avrai mie notizie. " Ciò detto partì e ritornò a Baghdad, dove, appena arrivato, chiese al capitano Hasan: " Il califfo ha domandato di me? " " Non ci ha nemmeno pensato. " Così Ahmed ed-Danif riprese servizio e cominciò a investigare sulla faccenda del furto.

Intanto, Assalonne Bazaza, figlio del governatore Khalid, non potendo soddisfare il suo desiderio per la schiava Yasmìn, era morto di consunzione ed era stato seppellito. Yasmìn, invece, aveva dato alla luce il figlio che aveva concépito con Alà ed-Din. Quando il bambino nacque, vide che era bello come una luna piena e lo chiamò Aslàn. Poi lo allattò e lo svezzò, e.il bambino cominciò a muoversi, dapprima su quattro gambe e infine su due. Ora avvenne che un giorno, mentre Yasmin era occupata in cucina, il bambino, trovata una porta aperta, salì le scale del palazzo ed entrò nella camera dell'emiro Khalid. Quando Yasmìn, che andava in cerca del figlio, entrò nella stanza, vide il piccolo che giocava sulle ginocchia del governatore; e ciò era avvenuto perché Allah aveva messo nel cuore del governatore l'affetto per quel bambino. Allora il governatore si volse a Yasmìn e le disse:" Avvicinati, ragazza! Questo bambino sarebbe figlio tuo? " Yasmìn rispose: " Sì, o signore, è il frutto del mio cuore. " " E il padre chi è? Forse uno dei servi della mia casa? " " Suo padre, " rispose Yasmìn, " fu Alà ed-Din: ma egli è morto, ed ora il bambino è figlio tuo. " Disse l'emiro: " Per Allah! Voglio che da oggi questo bambino sia considerato davvero figlio mio! " E sull'istante lo adottò dicendo alla madre: " Quando questo bimbo sarà cresciuto e ti domanderà tu rispondi: " E Yasmìn rispose: " Ascolto e obbedisco. "

Quindi l'emiro Khalid si prese cura del ragazzo come un vero padre, lo affidò a un dotto maestro che gli insegnò la calligrafia e a leggere il Corano. Quando fu più grande, l'emiro Khalid in persona insegnò al ragazzo ad andare a cavallo e a maneggiare le armi, e il giovane diventò a quattordici anni un cavaliere così compiuto che il califfo lo elevò al rango di emiro.

Ora avvenne che un giorno Aslàn si trovasse in compagnia di Ahmed Qamaqim ed entrassero insieme in una taverna a bere. Ahmed Qamaqim si ubriacò e tirò fuori la lampada, che era stata rubata al califfo, e la depose sulla tavola. Il giovane Aslàn, vedendo quella bella lampada, disse: " Capitano, perché non mi regali quella lampada? " E quello rispose: " È impossibile. " " E perché? " " Perché, " rispose Ahmed Qamaqim, " questa lampada ha causato la morte di un uomo, un certo Alà ed-Din, un egiziano che tanti anni fa era venuto in questo paese ed era entrato nelle grazie del califfo, che lo aveva nominato comandante del Palazzo. " " E come mai, " chiese il giovane Aslàn, " questa lampada causò la morte di quell'uomo? " Allora Ahmed Qamaqim, cui il vino aveva sciolto la lingua, raccontò al giovane per filo e per segno tutta la storia della lampada, vantandosi per-fino di essere stato lui ad escogitare l'imbroglio. Quando ebbe udito la storia, Aslàn cominciò a dubitare che quella schiava Yasmìn altri non fosse che sua madre e pensò che forse suo padre poteva essere Alà ed-Din.

Uscì così dalla taverna e si recò dalla madre, alla quale chiese subito: " Chi è mio padre? " " Tuo padre è l'emiro Khalid. " " Io credo, " rispose Aslàn, " che mio padre altri non sia se non Alà ed-Din. " " Figlio mio, chi ti ha detto ciò? " gli chiese Yasmìn. E allora il giovane raccontò alla madre tutto quanto gli aveva detto Ahmed Qamaqìm. Udita che ebbe la storia, Yasmìn trascolorò, alzò le palme verso il cielo e gridò: " Sia lode ad Allah Altissimo, Onnipotente e Misericordioso! Sia lode a Colui che non dimentica! Finalmente il sole della verità ha squarciato le nubi della menzogna! Sappi, figlio mio, che Alà ed-Din fu tuo padre e che l'emiro Khalid è solo tuo padre putativo. Perciò va' dal capitano Ahmed ed-Danif e digli di prendere vendetta sull'uccisore di tuo padre. "

Il giovane si recò subito dal capitano Ahmed ed-Danif e, dopo avergli baciato la mano, gli disse: " Sono venuto a sapere che mio padre fu Alà ed-Din, e per l'affetto che gli portavi ti prego di prendere vendetta per me sul suo uccisore! " " E chi fu il suo uccisore? " chiese il capitano Ahmed. " Il suo uccisore fu Ahmed Qamaqìm! " " E da chi hai avuto questa notizia? " Aslàn raccontò al capitano tutto quanto era avvenuto nell'osteria e Ahmed ed-Danif, dopo aver ascoltato questo racconto sorprendente, esclamò: " Sia benedetto Allah, che lacera i veli e getta luce nelle tenebre! " Poi, dopo avere meditato qualche tempo, disse al giovane quello che doveva fare: " Domani il califfo assisterà a un grande torneo cui prenderanno parte gli emiri e i migliori cavalieri di Baghdad. Chiedi all'emiro Khalid che ti porti con sé e fa' in modo di distinguerti acciocché il califfo ti noti. Egli ti chiamerà a sé e vorrà farti un dono. Tu allora digli: < 0 Emiro dei credenti, io voglio da te un solo dono: che tu vendichi la morte di mio padre!> Allora il califfo ti dirà: < Ma tuo padre è vivo ed è l'emiro Khalid! > E tu rispondigli: Dopo di che, gli racconterai quanto è avvenuto fra te e Ahmed Qamaqim e chiederai che il colpevole sia perquisito. "

L'indomani, infatti, come aveva detto il capitano Ahmed ed-Danif, il califfo uscì dalla città di Baghdad scortato dalle sue guardie. In un grande spiazzo vennero piantati padiglioni e tende; poi alcuni fra i migliori cavalieri cominciarono a giocare con la palla e la mazza.' A un tratto, uno dei giocatori colpì la palla e la scagliò diritta verso la faccia del califfo. Aslàn, accortosi di ciò, fu pronto a deviarla e, colpendola di rimbalzo, la respinse contro colui che l'aveva tirata facendolo stramazzare per terra. Allora il califfo dichiarò chiusa la partita, scese da cavallo e, ritiratosi sotto una tenda con i notabili, fece venire davanti a sé il giovane Aslàn. " Quello che hai fatto, " disse il califfo, " o valoroso giovane, merita qualsiasi ricompensa. Dimmi che cosa vuoi. " Voglio, " rispose Aslàn, " o Emiro dei credenti, che tu vendichi l'uccisione dì mio padre. " " Ma tuo padre è vivo, " rispose sorpreso il califfo, " ed è qui fra noi. " " E chi è mio padre? " chiese Aslàn. " È il governatore Khalid qui presente. " " 0 Emiro dei credenti, " disse Aslàn, " l'emiro Khalid è il mio padre adottivo, ma il mio vero padre fu Alà ed Din. " " Tuo padre fu un traditore! " rispose il califfo corrucciato. " Allah non voglia che mio padre fosse un traditore! " esclamò Aslàn. " L'uomo che uccise mio padre, il vero traditore, è qui, accanto a te. ed è Ahmed Qamaqìm, il capo della polizia. " Ciò detto Aslàn raccontò al califfo tutto quanto sapeva a proposito della trama ordita da Ahmed Qamaqìm. Allora il califfo al colmo dell'ira si alzò in piedi e ordinò che venisse immediatamente arrestato Ahmed Qamaqìm e che venisse perquisito. E non appena gli frugarono fra gli abiti, subito trovarono la lampada d'oro. Allora il califfo fece trascinare il colpevole davanti a sé e gli disse: " Come mai sei in possesso di questa lampada? " " L'ho comprata, o signore, " rispose Ahmed Qamaqim. " Tu menti! " gridò il califfo, e ordinò ch'egli venisse bastonato fino a che non avesse confessato ogni cosa. Così Ahmed Qamaqìm fini per confessare di aver rubato lui gli oggetti appartenenti al califfo e raccontò anche il motivo per cui lo aveva fatto. Udito ciò, il califfo ordinò che Ahmed Qamaqim venisse arrestato insieme con il governatore. Ma il governatore si gettò ai piedi di Harùn ar-Rashìd dicendo: " 0 Emiro dei credenti, se tu mi fai arrestare, commetti un'ingiustizia. lo non sapevo nulla di questo complotto, che fu ordito fra la vecchìa madre di Ahmed Qamaqìm, lui stesso e mia moglie. " Quindi, volgendosi verso Aslàn, gli disse:: " 0 Aslàn, figlio mio, intercedi per me presso l'Emiro dei credenti! " Aslàn intercedette per lui e il califfo ordinò che ad Aslàn e a sua madre venissero restituiti la casa e i beni che erano appartenuti ad Alà ed-Din. Poi, rivolto al giovane, gli disse " Tu non mi hai ancora chiesto una ricompensa per l'impresa che hai compiuto. " Aslàn rispose: " 0 signore, fa' in modo che io possa ricongiungermi con mio padre. " " Tuo padre, o Aslàn, " rispose il califfo, " fu impiccato ed è morto. Ma se qualcuno venisse ad annunciarmi che egli è vivo gli darei tutto ciò che domanda! " Allora si fece avanti il capitano Ahmed ed-Danif il quale, prosternandosi, baciò la terra davanti al califfo e disse: " Io ti chiedo solo l'immunità, o Emiro dei credenti! " " Ti sia concessa. " " Sappi allora, o Emiro dei credenti, che l'uomo che venne impiccato non era Alà ed-Din. lo feci in modo che un altro condannato prendesse il posto di Alà ed-Din. Quindi condussi Alà ed-Din ad Alessandria, dove gli comprai una bottega, ed egli ora attende ai suoi traffici. " Allora l'Emiro dei credenti disse: " Ordino che ti siano dati immediatamente diecimila dinar e che tu parta subito alla volta di Alessandria e mi riconduca qui Alà ed-Din, il Fedelissimo. " Questo per quel che riguarda Aslàn.

Quanto ad Alà ed-Din, egli era rimasto per tutto questo tempo nella sua bottega a vendere le merci che conteneva il magazzino. Alla fine gli rimase solo una borsa di cuoio, nella quale trovò una pietra a quattro facce, su ciascuna delle quali era incisa una formula magica. Alà ed-Din strofinò la pietra, ma nessun demone si mostrò. Allora pensò: " Forse è solo una comune pietra d'onice! " Così la prese e la espose nella sua bottega. Ed ecco che si trovò a passare per di lì un mercante infedele, il quale vide la pietra ed entrò nella bottega: " L in vendita quella pietra? " chiese ad Alà ed-Din. " Certamente, " rispose Alà ed-Din. " Me la venderai per centomila dinar? " chiese il mercante. " Per centomila dinar te la vendo, " rispose Alà ed-Din. Allora il mercante infedele disse: " Non ho con me questa somma, perché Alessandria, è piena di ladri e mariuoli. Ma se tu vuoi venire sulla mia nave ti pagherò e in più ti, darò una balla di lana d'angora, una di seta e una di panno. " Allora Alà ed-Din si alzò, chiuse a chiave la bottega e consegnò le chiavi al suo vicino dicendogli: " Tienimi le chiavi finché torno. Mi reco sulla nave di questo mercante a incassare il prezzo di un negozio che ho fatto con lui. " Quindi si recò sulla nave con il mercante e appena fu a bordo questi fece portare il denaro e le balle di stoffa promesse, poi disse: " Signore, non sarò contento se non avrai accettato la mia ospitalità. " " L'accetto volentieri, " rispose Alà ed-Din. Allora il mercante ordinò ai marinai che portassero da mangiare e da bere. Ma nelle bevande c'era un narcotico, per cui non appena le ebbe assaggiate Alà ed-Din cadde come fulminato a terra. Quando il mercante vide che Alà ed-Din si era addormentato, ordinò ai marinai di legarlo e gettarlo nella stiva, quindi disse loro di sciogliere le vele e in men che non si dica la nave si trovò in alto mare. Quando furono lontani da Alessandria, il mercante ordinò che Alà ed-Din venisse riportato sopra coperta, gli fece dare una droga che annullò l'effetto del narcotico e, allorchè Alà ed-Din aprì gli occhi chiedendo: " Dove sono? " " Sei sulla mia nave, " rispose il mercante, " e sappi ch'io non sono un mercante, ma un capitano di mare ed ora ti porterò con me a Genova. " Durante la navigazione incrociarono una nave con quaranta mercanti musulmani; il capitano ordinò ai suoi uomini di attaccarla e di abbordarla e così fu fatto. La nave venne abbordata, saccheggiata, i quaranta musulmani furono fatti prigionieri e il capitano ordinò che ogni cosa venisse portata a Genova.

Quando arrivarono in vista della costa, il capitano ordinò che la nave attraccasse vicino ad un castello. Ed ecco che venne avanti una fanciulla, la quale disse al capitano: " Mi hai portato la pietra e il suo padrone? " " Li ho tutti e due con me, " rispose il capitano. " Dammi la pietra, " disse la fanciulla, e il capitano gliela diede. Poi si diresse verso il porto della città e fece sparare delle cannonate a salve per avvertire il re del suo arrivo. Ed ecco che il re scese al porto e festeggiò il capitano e gli chiese: " Come è, andato il viaggio? " " Ottimamente, " rispose il capitano, " ho anche catturato una nave con quaranta mercanti musulmani. " " Che siano condotti incatenati in città, " ordinò il re. E così i musulmani, fra i quali c'era anche Alà ed-Dín, vennero condotti in catene fino al palazzo del re e fino alla sala delle udienze. Quivi giunti, uno per uno, furono trascinati al cospetto del re, il quale a ciascuno chiedeva: " Di dove sei? " " Sono di Alessandria. " " Carnefice, tagliagli la testa! " ordinava il re. E ciò avvenne per tutti i mercanti, fino a che rimase solo Alà ed-Din. Anche lui fu portato davanti al re, il quale gli chiese: " Di dove sei? " " Sono di Alessandria, " rispose Alà ed-Din. Allora il re ordinò al carnefice: " Carnefice, tagliagli la testa! " E già il carnefice teneva alzata la spada, quand'ecco si avanzò una vecchia dall'aspetto venerabile, dinanzi alla quale tutti si alzarono in piedi. Il re le andò incontro con molto rispetto e la vecchia gli disse: " 0 re, non ti avevo forse detto che quando fosse arrivata una nave carica di prigionieri dovevi darmene uno o due per il servizio della chiesa? " " Hai ragione, madre mia, " rispose il re, " purtroppo me ne sono dimenticato. Ora non rimane che questo prigioniero. Prendilo, è tuo! " Allora la vecchia disse ad Alà ed-Din: " 0 infedele, vuoi servire nella chiesa o vuoi morire per mano del carnefice? " " Servirò nella chiesa, " rispose Alà ed-Din. Così la vecchia prese Alà ed-Din e lo condusse in una chiesa che apparteneva ad un convento di monaci dicendogli: " Oramai tu sei servo di questa chiesa e di questo convento. I tuoi doveri consisteranno in questo: ogni giorno ti alzerai all'alba, andrai nel bosco a tagliare la legna, poi tornerai il più presto possibile, laverai il pavimento della chiesa e del convento, sbatterai le stuoie e spazzerai dappertutto. Quindi pulirai il grano, lo macinerai, impasterai la farina e farai delle gallette; fatto ciò prenderai delle lenticchie, le pulirai, le farai cuocere e ne riempirai trecentosettanta ciotole, una per ogni monaco del convento.

Fatto questo ti recherai nelle trecentosettanta celle dove vuoterai e pulirai trecentosettanta vasi da notte. Terminerai questi lavori innaffiando il giardino e riempiendo d'acqua le quattro vasche che vi si trovano. E bada bene che tutto questo lavoro deve essere fatto prima di mezzogiorno, perché nel pomeriggio dovrai metterti sulla porta della chiesa e costringere i passanti a venire ad ascoltare la predica. Quelli che si rifiutano li picchierai con questo bastone che ha in cima una croce di ferro. Questo è il tuo servizio, e dovrai farlo puntualmente ogni giorno per tutti i giorni dell'anno. "

Udito ciò, Alà ed-Din rimase turbato e si disse: " Come farò mai a sbrigare tutte queste faccende? Forse era meglio se mi consegnavo in mano al carnefice! " E oppresso da tristi pensieri entrò nella chiesa e si sedette su un banco per riposarsi. Era lì da un po' di tempo, quand'ecco senti un suono di voci e alzando lo sguardo vide venire avanti una fanciulla bellissima la quale, volgendosi a un'altra che la seguiva, diceva: " Ti prego, suonami qualcosa sul liuto, Zubaida. " Allora Alà ed-Din guardò la seconda fanciulla, e vide che altri non era se non sua moglie, Zubaida, quella che era morta. Intanto, Zubaida diceva : "Non suonerò, signora, finchè tu non avrai mantenuto la promessa di farmi ricongiungere con mio marito. " E l'altra fanciulla rispose: " Se è per questo, Zubaida, suona anche subito, perché marito è qui, in questa chiesa, e presto ti ricongiungerai con lui. " Allora Zubaida suonò come non aveva mai suonato, in modo tale da far ballare le colonne e i pilastri della chiesa e quando ebbe terminato Alà ed-Din le andò incontro, e si gettarono nelle braccia l'uno dell'altra e per l'emozione svennero. Quando furono rinvenuti, Alà ed-Din le disse: " Tu moristi, Zubaida; come mai ti trovo in vita e come sei giunta in questo luogo? " E Zubaida rispose: " Sappi, o mio signore, che io non morii ma fui rapita da un demone, e quella che Voi avete sepolta non ero io ma solo una vana apparenza. Io ero solo tramortita, e fui trasportata qui dal demone che era al servizio di questa signora che tu ,vedi. Essa si chiama Husn Maryam ed è figlia del re di questa città. Quando mi trovai in questo luogo, chiesi alla signora Husn Maryam: < Perché mi hai fatta trasportare qui? > Ed ella mi rispose: < Sappi, o Zubaida, che io sono dotata di poteri magici e ho letto nelle tavole geomantiche che sono promessa sposa a tuo marito, Alà ed-Din; ora io ti ho fatto portare qui, Zubaida, perché desidero sapere se tu mi accetti come compagna nel matrimonio; ci divideremo il marito in buona pace, una notte con te ed una con me.> Io allora le risposi: Ella mi disse allora che era scritto nelle tavole geomantiche che tu saresti dovuto venire in questo luogo; perciò abbiamo atteso pazientemente la tua venuta. "

Allora si fece avanti Husn Maryam e rivolta ad Alà ed-Din gli disse: " Signor Alà ed-Din, vuoi tu prendermi per moglie? vuoi tu essere mio marito? " " Signora, " rispose Alà ed-Din, " non avrei nulla in contrario, ma è un fatto che io sono musulmano e tu sei cristiana. Come potrei sposare una miscredente? " " Allah mi guardi dall'essere una miscredente! Sappi che all'età di quattordici anni, dopo aver appreso le arti magiche da mia nonna, che mi lasciò in eredità la pietra che tu vendesti al finto mercante, cominciai a leggere i quattro libri: il Pentateuco, il Vangelo, i Salmi e il Corano. Quando vidi il nome di Muhammad, che Allah lo benedica e lo salvi, credetti nella sua parola e mi feci musulmana e da allora non ho mai più rinnegato la fede islamica. " " Se così stanno le cose, " rispose Alà ed-Din, " non vedo alcuna difficoltà a questo matrimonio. " " Si adempia dunque, " esclamò la signora Husn Maryam, " ciò che è scritto nelle tavole geomanticlie: prendimi per moglie e sii mio marito! " Detto fatto si sposarono, quindi Alà ed.-Din disse alla moglie: " Husn Maryam, hai forse anche il potere di riportarmi dove fui preso? Sento una grande nostalgia del mio paese. " " Dove vuoi andare, Alà ed-Din? Al Cairo o ad Alessandria? " chiese la signora Husn Maryam. " Ad Alessandria, per la mia vita! " disse Alà ed-Din. " Venite con me, " disse Husn Maryam, " sediamoci su questo banco. " E li prese per mano e li fece sedere su un banco della chiesa; quindi tirò fuori la pietra magica e, volgendone una faccia verso l'alto, esclamò: " Pietra, o pietra magica, sollevaci in aria e portaci ad Alessandria! " E appena ebbe pronunciate queste parole il banco cominciò ad ondeggiare, poi si levò in aria e, filando dolcemente e senza scosse attraverso il cielo, li depose ad Alessandria nel tempo che impiegherebbe un uomo a fare un goccio d'acqua. Come furono giunti ad Alessandria, Alà ed-Din si recò nella via dove-aveva la sua bottega, ed ecco che vide venirgli incontro un uomo vestito con il costume di Baghdad. Subito Alà ed-Din lo riconobbe e gli si buttò incontro baciandogli le mani: " 0 Ahmed ed-Danif, padre mio - che tu sia il benvenuto! Che notizie mi rechi? " Allora Ahmed ed-Danif gli raccontò tutto ciò che era successo nel frattempo; che era stato scoperto l'autore del complotto ai suoi danni, che egli aveva un figlio ventenne che si chiamava Aslàn, che sua moglie Yasmìn e il figlio Aslàn erano stati reintegrati dal califfo in tutti i loro beni e che il califfo Harùn ar-Rashìd desiderava vederlo per colmarlo nuovamente di benefici e d'onori. Alla fine, Ahmed ed-Danif gli disse anche che Yasmin era morta, amata e rispettata da tutti. Alà ed-Din ringraziò Allah per tutto quanto era accaduto ed invocò le benedizioni dell'Altissimo sulla fida moglie Yasmìn. Poi entrarono tutti nella bottega per riposarsi. E Alà ed-Din disse: " Vorrei andare al Cairo a salutare i miei genitori! " " Nulla di più facile, " disse Husn Maryam. Così montarono tutti sul banco di chiesa, Husn Maryam tirò fuori la pietra magica, e in men che non si dica giunsero al Cairo, città felice e opulenta, nel quartiere e nella strada dove avevano dimora i genitori di Alà ed-Din. Alà ed-Din bussò nel suo vecchio modo alla porta di casa e dopo un po' sentì di dentro la voce della madre che diceva: " Chi è che bussa in questo modo, se il nostro diletto è morto? " E Alà ed-Din rispose: " Sono Alà ed-Din, vostro figlio! " Allora la vecchia madre chiamò il marito e Shams ed-Din apri la porta e tutti si abbracciarono piangendo di felicità. Poi Alà ed-Din disse: " Padre mio, desidero andare a Baghdad! " Shams ed-Din rispose: " Non ne hai avuto abbastanza di viaggi e peripezie? Perché non resti con noi? " " Non posso stare separato da mio figlio Aslàn, " rispose Alà ed-Din, " piuttosto venite anche voi a Baghdad. " Così partirono tutti per Baghdad, e quando furono arrivati a destinazione Alimed ed-Danif entrò nella sala delle udienze e, baciata la terra davanti al califfo, gli annunciò l'arrivo di Alà ed-Din raccontandogli tutta la storia. Allora il califfo, al colmo della gioia, si alzò in piedi e andò incontro ad Alà ed-Din, poi fece chiamare Aslàn e padre e figlio si abbracciarono piangendo. Quando abbracci e pianti ebbero fine, il califfo ordinò alle guardie che venisse trascinato in sua presenza Ahmed Qamaqìm, che era stato la causa di tutto quanto era successo. E quando questi comparve disse: " 0 Alà ed-Din, ecco colui che aveva tramato la tua rovina, ecco il tuo nemico! " Alà ed-Din prese allora una spada e.con un colpo solo troncò la testa di Ahmed Qamaqìm. Poi il califfo fece venire il cadì per stendere un regolare contratto di nozze fra Husn Maryam e Alà ed-Din. Diede infine uno splendido banchetto in onore di Alà ed-Din, che volle reintegrato in tutte le sue cariche e al quale fece donare preziosissime vesti. Quella stessa notte Alà edDin entrò da Husn Maryam e giacque con lei e constatò che era come una perla non forata. Vissero così lunghi anni, nella felicità e nel benessere, finché non giunse Colei che distrugge le gioie e separa gli amici. Sia lode all'Eterno che regge i fili delle cose segrete!






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